Dischi Che Escono – 07/05/2017

Dieci dischi da ascoltare di giorno quando non potrete legittimamente difendervi. (30/04/2017 – 06/05/2017)


Afghan Whigs
In Spades

Alternative Rock, Sub Pop

L’highlight
Oriole

Per chi apprezza
Le voci rotte e il diaulo.

Una delle cose che mi sono sempre chiesto ascoltando la raucedine oggettivamente stonata di Greg Dulli è come si organizzino gli Afghan Whigs in studio. Fanno migliaia di registrazioni vocali per poi prenderne una qualsiasi per esasperazione? Sanno già in partenza che l’album studio suonerà vocalmente come il peggiore dei bootleg e fanno una presa diretta soltanto? Il dubbio rimane. Anticipato da un paio di singoli molto bellini tra cui la godibilissima e bluesy “Demon in Profile” e la caramellina di folk atmosferico “Oriole” (nel cui video una manciata di donzelle fanno una sorta di lesbo-orgia iniziatica: bene!), “In Spades” continua su quel tracciato moody scavato dal primo album post-reunion, “Do to the beast”, facendosi possibilmente ancora più introspettivo, più soul, sempre più lontano da quell’etichetta grunge dalla quale la band non si è mai affrancata del tutto. Un disco volutamente imperfetto e tremendamente inquieto, che si affida più ai saliscendi emotivi di una voce dannata che alla varietà strumentale per mantenere alta l’attenzione di chi vi si immerge. E ci riesce. – Riccardo Coppola


Ásgeir
Afterglow

Indie Folk/Elettronica, One Little Indian

L’highlight
Afterglow

Per chi apprezza
Bon Iver, James Blake e l’Islanda

Ásgeir Trausti può vantarsi di aver pubblicato il disco d’esordio più venduto di sempre in Islanda. E se consideriamo il numero di abitanti della terra dei ghiacci, le stime ci dicono che 1/10 della popolazione islandese possiede “Dýrð í dauðaþögn” in casa sua. Un successo ampiamente bissato dalla sua versione internazionale, “In The Silence”, praticamente lo stesso album reinciso in inglese con la benedizione di un braccio destro d’eccezione quale John Grant. A tre anni di distanza, Ásgeir prova a camminare da solo e pubblica un disco più vario rispetto all’esordio, allontanandosi dall’indie folk sognante e atmosferico di “In The Silence” per esplorare territori inediti e tutt’altro che easy-listening. Balza all’occhio, o meglio all’orecchio, lo spettro di James Blake e Bon Iver, ai quali Ásgeir deve molto sia in termini di voce (tra falsetti e infiniti layer di sovraincisioni) che in termini di arrangiamenti elettronici e inaspettate virate r&b. Al netto di undici pezzi multiformi e affascinanti (più quattro bonus track), il cantautore paga lo scotto di un progetto artistico che, allo stato attuale, vuole essere troppe cose insieme, ma non convince più come qualche anno fa. Resta – come sempre quando si ascolta il disco di un artista islandese – la piacevole sensazione di sognare ad occhi aperti di quei paesaggi mozzafiato e della magia ancestrale che soffia con il vento del Nord, ma le emozioni regalate da “In The Silence” erano tutt’altra cosa. – Marco Belafatti


At The Drive In
In•ter a•li•a

Metalcore, Rise Records

L’highlight
Continuum

Per chi apprezza
Magari voi guardate il bicchiere mezzo pieno e vi godete semplicemente un nuovo disco degli ATDI.

Ci sono band come gli At The Drive In che hanno letteralmente segnato un’epoca, un decennio. Schizzati, matti e dal sound malato e marcio, la band texana ha preso un genere in ascesa – l’hardcore/punk – e l’ha rivoltato con estrema classe. Un disco come “Acrobatic Tenement” non può che essere frutto di un genio fuori dal comune. Ma analizziamo la situazione dal punto di vista meramente temporale: il disco sopracitato risale a vent’anni fa. Nel 2001 lo scioglimento e sporadiche reunion-live fino ad oggi, quando viene annunciato “In•ter a•li•a”. Sembrerebbe quasi un miracolo, ma il problema – e si, c’è un problema – è che ci si trova davanti ad un disco inutile. Carina “Continuum”, che fa il verso a più riprese ai RATM di De La Rocha &co., divertente “Torrentially Cutshaw” ma certamente non memorabile. Se il punto di forza degli At The Drive In era proprio l’essere immortali e senza tempo, “In•ter a•li•a” rischia di essere dimenticato ben presto e di risultare terribilmente anacronistico. – Matteo Galdi


Blondie
Pollinator

Pop Rock, BMG

L’highlight
Doom or Destiny

Per chi apprezza
Mandare al diavolo chi dice che gli anni ’70 sono passati

Debbie Harry non è solo la gilf definitiva. E’ anche la più convinta sostenitrice dell’eterna vitalità dei decenni d’oro del pop rock, quei candidi anni in cui era una delle muse di Andy Warhol e sogno erotico di mezza New York. Basta guardarla sul palco, tra trucco e botulino, per rendersi conto che ci crede davvero, che nella sua mente la gente gira ancora con le zampe di elefante e Richard Gere guida le cabriolet senza rughe e capelli bianchi. “Pollinator”, undicesimo album in carriera per i Blondie con l’onnipresente Chris Stein, riflette in pieno questa visione, aggiungendo però un quid pluris innovativo: si apre infatti con un ruggito degno degli Sweet e si chiude in una bella sfuriata indie (con la penna dei giovani An Unkindness, teneteli d’occhio), ma nel mezzo, tra alti e bassi, c’è tutta la vera sostanza della storica band, resa rediviva con diversi innesti tecnologici 2.0. In poche parole, un Frankestein il cui obiettivo è impollinare anche la musica attuale, come fossero ancora gli edonistici Eighties, in cui ci si scopava senza preservativo qualsiasi cosa si muovesse. Non un capolavoro, certo, ma sicuramente un lavoro degno. Dalle mie parti si dice onesto. – Giulio Beneventi


Coez
Faccio un casino

Indie, Undamento

L’highlight
Faccio un casino

Per chi apprezza
Essere sempre presente quando Roma chiama

Silvano ma che hai fatto, ci hai fregati tutti. Dalla scena underground rap dei Brokenspeakers, da un incazzato “Figlio di nessuno” alla scena indie romana è un attimo. In una decina di anni sono cambiate molte cose. Quanti insulti ti sei preso, eh Silvà? Quanti pischelli hanno fatto a pizze per difendere il te rapper/cantautore? Però sei un grande, hai fatto quello che volevi senza guardare in faccia nessuno, nemmeno per soldi (era l’accusa peggiore). E ci hai preso alla grande, hai fatto tendenza, sei stato il primo e ora tutti ti copiano? Stacce. La scenaromana in fondo sei te. Dalla serie di video “From the rooftop”, in cui canti unplugged accompagnato da una chitarra acustica, brani a metà tra inni pop e stornelli romani, alla collaborazione con Niccolò Contessa de I Cani (e quanto si sente la sua impronta nella title track). Il nuovo disco “Faccio un casino” è in fondo proprio questo: difficile da spiegare a parole il lunghissimo percorso artistico che ti ha portato a questo traguardo. Ma è sincero, trasuda Roma da ogni poro. Il flow è sempre quello, anche la voce dall’impronta sarcastica. E questa non è una recensione del tuo disco come la si potrebbe immaginare, è più un pensiero diretto a chi ha già avuto modo di conoscerti. Se ancora non conoscete Coez andatevelo a sentire, se vi va. Poi in caso tornate qua. Silva, hai fatto di testa tua… e quanto hai fatto bene! – Matteo Galdi


Mac DeMarco
This Old Dog

Jangle Pop, Captured Tracks

L’highlight
Moonlight On The River

Per chi apprezza
Rispolverare la propria anima vintage

Mac DeMarco è il giovane più vecchio che mi sia mai capitato di conoscere. Peggio di quei ragazzini che si impiastricciano il ciuffo di vasellina e vanno in giro a stuprare Bo Diddley nei club di periferia. A ventisette anni appena compiuti, il canadese compone e produce un album (il terzo in carriera) che solleva talmente tanta polvere da riportare alla mente gli sbadigli da supergruppo dei Traveling Wilburys. Eppure la sua materia vintage è ben diversa: sarà il portamento più introspettivo e intimo che non ti aspetti (l’ultima volta che avevo visto Mac, cantava nudo gli U2 con una bacchetta in mezzo alle chiappe), saranno i ponderati tocchi moderni che singolarizzano il tutto (basti ascoltare il singolo “On that Level” e “Watching Him Fade Away”) eppure ogni traccia suona placida ma attraente. Un vero trip oppiaceo fatto di liriche molto personali e atmosfere piacevolemente sfocate. Insomma, se questa è una precoce crisi di mezza età ben venga, perchè spinge a senso unico verso un percorso artistico tutto in crescendo. – Giulio Beneventi


Hawkwind
Into The Woods

Progressive/Space Rock, Cherry Red Records

L’highlight
Magic Mushroom

Per chi apprezza
Sonnecchiare sul mixer in preda a deliri da Lsd

Progressive Rock semplice, diretto, con un mixaggio secondo solo a “Eutopia” dei Litfiba. La differenza è che i vegliardi Hawkwind, ex compagni di ventura del sommo Lemmy, al netto di una produzione che rasenta la casualità, con livelli audio degli strumenti talmente a caso che il caso stesso sembra avere un senso e un ordine ben definito, qualcosa di buono c’è. A parte il sound della batteria che pare o finta o un pessimo remastering di una registrazione degli anni ’70, a parte il distorsore delle chitarre che è esattamente uno degli effetti del multieffetto Zoom G2 solo con qualche accorgimento in più (“Space Ship Blues”), a parte la voce che ora arriva prepotente, ora viene fagocitata dal mondo sonoro di “Into The Woods”, percepisci la bontà delle composizioni, così ancorate al passato che sarebbero perfette. Se non fosse stato per il tecnico del suono che si è addormentato sul mixer e ha spostato levette e premuto bottoni in preda agli scompensi onirici. Le uniche che paiono essersi salvate da tutto ‘sto casotto di mixaggio sono “Magic Scenes” e “Magic Mushroom”, così come gli intermezzi strumentali, “Darkland” su tutte. – Andrea Mariano


Pond
The Weather

Indie Rock, Marathon Artists

L’highlight
Colder Than Ice

Per chi apprezza
Le fotocopie leggibili

Il mio nome è Pond, James Pond. E invece ti chiami Pond e basta. E non fai l’agente segreto, ma il musicista. Se prima di Piece Brossman c’era Sean Connery, prima di Pond c’erano i Temple Impala. Questo per dire che “The Weather” suona come la band australiana, ma non come un lavoro della band australiana. Mi spiego: 007, chiunque sia a interpretarlo, è pur sempre l’agente segreto preferitò da mammà Regina d’Inghilterra, ma ogni singolo attore gli ha donato qualche caratteristica peculiare (Sean Connery il fascino, Michael Moore la rivincita dei ragionieri di tutto il mondo). Discorso simile per Pond: sono australiani come i Tame Impala, suonano come i Tame Impala ma ci mettono comunque qualcosa di personale. Poco, ma in questo ambiente è già tanto. Tra un cangurotto dalle fattezze lopeziane che salta a un loro concerto e un agente segreto in crisi d’astinenza da sigaretta elettronica, l’ascolto di “The Wheater” può togliere più di una soddisfazione. Se non vi fidate di me, fidatevi almeno della terra che da ex colonia di prigionia inglese ha dato poi i natali chi ha poi generato Nicole Kidman. Della serie: non originali, ma qualche qualità non manca. – Andrea Mariano


Shijo-X
Odd Times

Pop/Elettronica, Audioglobe

L’highlight
Fireflies

Per chi apprezza
Le elettroniche contaminate (o contaminanti)

C’è un’eleganza inquieta -o un’elegante inquietudine a seconda dei punti di vista- lungo tutte le tracce della terza fatica degli italiani Shijo-X. Ci sono le frizzanti circonvoluzioni al microfono e le vocali lunghe (stupenda la performance di Laura Sinigaglia), le spazzolate leggere e i tempi complessi del jazz; ci sono anche tesissimi giri di tastiere, i pesanti padding, l’incedere melmoso del più penetrante del trip hop. “Odd Times” gioca costantemente su contrasti, anche forti, riuscendo a mantenere sempre un equilibrio che pare del tutto naturale. Malinconiche atmosfere circondano ritornelli pop, dove si riflette sull’anima, sui sogni, sui ricordi (con i criptici titoli dei brani a far da indizio). Un disco “strano”, senz’altro, ma godibilissimo. – Riccardo Coppola


Slowdive
Slowdive

Shoegaze, Dead Oceans

L’highlight
No Longer Making Time

Per chi apprezza
C’è bisogno di dirlo?

Che qualcosa di grosso bollisse in pentola per gli Slowdive era già parso chiaro in seguito alla reunion e al successivo tour del 2014. Con una ritrovata verve e un nuovo side-project di cui andare fieri (i Minor Victories di Rachel Goswell), gli esponenti di punta dello shoegaze dei primi anni 90 decidono di pubblicare un nuovo album, per la gioia di tutti coloro che per due decenni sono rimasti orfani dei loro loop di chitarre effettate e voci ultraterrene. Risulta tuttavia difficile accusare questo “Slowdive” di essere frutto di una banale operazione nostalgica, poiché la musica della formazione inglese rimane cristallizzata nella sua bellezza, oggi come vent’anni fa. E se dopo l’allontanamento dalle scene degli autori di “Souvlaki” essa ha continuato a vivere (e ad evolvere) nelle note di Sigur Rós, Editors, M83, Alcest e migliaia di altre formazioni, trasformandosi nei più disparati generi musicali, è una soddisfazione poter affermare che questi sono proprio gli Slowdive, gli originali. Lo shoegaze, in fin dei conti, è esattamente questo: un universo parallelo in cui la musica non celebra altro che se stessa, un sogno senza confini, un panta rei di emozioni catartiche. E “Slowdive” è un disco davvero bello e senza tempo. Perché pretendere altro? – Marco Belafatti

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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Un commento

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