Dischi Che Escono – 09/07/2017

Dieci dischi che possono accompagnare solo. (02/07/2017 – 08/07/2017)


The All-American Rejects
Sweat

Pop Rock, Interscope Records

L’highlight
Sweat

Per chi apprezza
Gli eterni ritorni

Li avevamo lasciati cinque anni fa a perdersi nel buio dello scioglimento di fatto, senza drammi à la My Chemical Romance o Fall Out Boy, con il cantante Tyson Ritter che tentava disperato la carriera di attore in Parenthood e gli altri a fare i paninari di Stillwater. Ebbene oggi, dopo esattamente un lustro dopo quel Kids In The Streets che aveva fatto storcere qualche naso di troppo, pare sia tornato il tempo di tornare a vestire i panni dei Rejects e pagare tutte le bollette arretrate. Il biglietto di ritorno è un viaggio low cost di 7 minuti e 32 secondi di nuova musica che verosimilmente anticipano in questa calda estate il futuro quinto album del complesso dell’Oklahoma. Che dire, dal poco mostrato, si può notare che il sentimento di perdita nella nostalgia anni 2000 sia indubbiamente forte, esattamente come la sensazione che Ritter abbia registrato “Close Your Eyes” appena sveglio, come uno zombie mattiniero a cui è venuta l’insolita voglia di fare colazione con la new wave. Ma “Sweat” ha una bella carica e fa presagire una nuova (e migliore) direzione positivamente Manic Street Preachers. Staremo a vedere. Io ci punto due spicci, dai. – Giulio Beneventi


Blind Guardian
Live Beyond The Spheres

Power Metal, Nuclear Blast

L’highlight
Valhalla

Per chi apprezza
Il power metal

Di meglio, nel power metal, non può esistere. Certezza quasi assoluta quella che – quando si trattano cantiche fantasy, Silmarillon, Hobbit e stregoni – i Blind Guardian siano la band più importante a farlo: i bardi tedeschi hanno una lunga storia alle spalle, con oltre trenta anni di carriera. Dopo l’ultimo album in studio “Beyond the red mirror” ed un interminabile tour di supporto all’album (con l’immancabile presenza al “Wacken”), ecco che viene impresso tutto in modo indelebile nel nuovo disco “Live beyond the spheres”. Durante l’ascolto dei ben tre dischi che compongono l’opera ci si accorge come siano presenti tutti i più grandi capolavori della band, sapientemente presi da tutta la carriera dei Bling Guardian. Dopo l’opener “The ninth wave” infatti ecco i primi brividi: al celebre thrash di “Banish from sanctuary” segue il capolavoro “Nightfall” come di consueto cantato in coro da tutti, in lacrime (perché diamine non la lasciano come chiusura dei live?!). Il sound è ottimo, Hansi distribuisce la voce e riesce a terminare il live in modo impeccabile e, sebbene spesso non sempre osi spingersi un’ottava sopra come dovrebbe, è meravigliosamente intonato. Andre e Marcus alle chitarre incantano come sempre, in sincronia e sintonia per tutto il disco e l’acustica “The band song” lo testimonia ad ogni live dei Blind Guardian, decennio dopo decennio. “Live beyond the spheres” è un live davvero imperdibile nonché raro, dato che è passato oltre un decennio dall’ormai leggendario “Live 2003”. Non solo per malati completisti, non solo per lo splendido artwork disegnato a mano (che richiama nello stile il precedente disco live), non solo per amore incondizionato ma per avere un’opera definitiva e quasi perfetta della più grande band power metal di sempre. O forse basta la gelida risata di Hansi in “Valhalla” a ripagare il prezzo del disco. – Matteo Galdi


Broken Social Scene
Hug of Thunder

Alternative Rock, Arts & Crafts

L’highlight
Victim Lover

Per chi apprezza
Gli hipster che non fanno i filosofi

Sette anni, nell’ambito dell’indie, sono un’eternità: le mode vanno e vengono, le scemenze di tendenza vengono sostituite da scemenze nuove, si riscopre sempre qualcosa di vintage figo da tirar fuori. I Broken Social Scene, tornando in carreggiata dopo un silenzio di tal lunghezza, correvano effettivamente il rischio di suonare come degli spaesati vecchi fuori tempo massimo. Ma è proprio la tranquilla, elegante ortodossia di Hug Of Thunder che lo rende un album preziosissimo: dodici tracce che suonano come una rilassata rimpatriata, sempre velate di quelle tematiche di sconfitta protesta, sempre cantate a due (bellissime) voci, sempre immerse in quell’onnipresente delay e in quegli sporadici sentori trip-hop che rendono il mix sonoro vagamente sepolcrale. Un grande, grandissimo album, che vi conviene tenere a portata di mano come promemoria ogniqualvolta vi trovate a pensare (o sentite dire) che gli Alt-J sono geniali. – Riccardo Coppola


Decapitated
Anticult

Death Metal, Nuclear Blast

L’highlight
Earth Scar

Per chi apprezza
Esperienze extrasensoriali e allucinazioni date da esposizione al sole e death metal

“Anticult” è un disco massiccio, un monolite pesantissimo che d’estate porta tutto ciò che andrebbe evitato. Più che una leggera e fresca brezza, più che un piacevole venticello in riva al mare una pietrata in faccia, una colata lavica che seppellisce tutto sotto uno strato di cinque tonnellate di roccia. Ma i Decapitated non sono solo tutta violenza e tecnicismo, il disco è suonato con gusto. Pochi orpelli e soli, molti invece i riff e le soluzioni originali, come nella riuscitissima “Kill the cult” e la sorprendente “Earth scar”. Purtoppo la produzione non è il massimo, la Nuclear Blast ancora una volta ha la colpa di ovattare i suoni e pompare le frequenze medio/basse, gonfiare eccessivamente ed inutilmente il sound. Ottimo il drumming, come sempre protagonista nei lavori della technical death metal band polacca e, considerato il genere in questione, avere partiture ritmiche di spessore è obbligatorio. A ben tre anni di distanza dal precedente “Blood mantra” i Decapitated si riconfermano come una band valida, sebbene si ha l’impressione che risulti sempre troppo una seconda scelta rispetto a Nile e Necrophagist. “Anticult” promosso quindi ma analizzato nella sua interezza, perché alla lunga forse troppo ripetitivo e senza particolari highlights. Allerta caldo: consigliato bere molto e rimanere a casa nelle ore calde del giorno. Ma se mettete sul piatto “Anticult” sarà comunque tutto vano. – Matteo Galdi


Haim
Something to Tell You

Pop Rock, Polydor

L’highlight
Right Now

Per chi apprezza
La creatività californiana

Le loro foto promozionali potrebbero tranquillamente essere scambiate per un set fotografico primavera-estate di H&M, ma le sorelline Danielle, Este e Alana Haim (in arte semplicemente Haim), quando imbracciano i loro strumenti, sanno spaccare i culi. Alla faccia delle tipiche bellezze californiane. Ce l’hanno già dimostrato portando il loro frizzante album d’esordio “Days Are Gone” sui palchi dei più rinomati festival di tutto il mondo e ora tocca a “Something To Tell You” bissarne il successo. Il loro è un sound di stampo 80s che sposa una filosofia lontana dal revival synth-pop che ha coinvolto numerose band affini; le Haim preferiscono ai tripudi di tastiere un approccio più artigianale, costruendo i loro pezzi su impalcature di basso e percussioni dal sapore quasi r&b. Gli arrangiamenti soft-rock sono il tocco di classe che rende pezzi come il singolo “Want You Back” e “Little of Your Love” inni perfetti per un’estate fatta di spensieratezza e gite al mare programmate all’ultimo minuto. Senza contare l’immediatezza pop “You Never Knew” e “Found it in Silence”, o le distorsioni di “Right Now”, brani che sottolineano la creatività del sound delle Haim e potrebbero regalare al trio parecchie soddisfazioni. Com’è che diceva Cindy Lauper? Ah sì, girls just wanna have fun. Che divertimento sia, allora. – Marco Belafatti


The Last Dinosaur
The Nothing

Indie Folk, Naim Audio

L’highlight
Grow

Per chi apprezza
La vacua gradevolezza del folk

Lo ammetto: non sapevo chi fosse e che facesse, ma ho scelto di approfondirlo per il suo nome. Che ho scoperto a sua volta essere un film di fantascienza del 1977, malgrado mi avesse ingenuamente fatto pensare a Piedino e alla Valle Incantata. Comunque. Questo ultimo dinosauro è in realtà un homo sapiens sapiens britannico di nome Jamie Cameron, di mestiere fa il cantautore da una decina d’anni, stilisticamente non ruggisce ma anzi preferisce bisbigliare sopra gli accordi di una chitarra acustica. “Grow” è un’operetta di folk inoffensivo ma gradevole, che tanto ricorda il lato più gioviale e giocoso di Radical Face, che a volte (non sempre) sa regalare rinfrancanti dosi di ottimismo. C’è qualche momento inutile e qualche sax di troppo (che cosa c’entra il sax con l’indie folk da camera? Spiegatemi) ma ci si può ritenere comunque tranquillizzati e mediamente soddisfatti. – Riccardo Coppola


Melvins
A Walk With Love And Death

Grunge, Ipecap Recordings

L’highlight
Uno a casaccio della prima parte

Per chi apprezza
Passare dall’ascoltabile all’inascoltabile

La trollata dell’estate, tra un Cucciolone e un attacco di dissenteria per aver mangiato il cocomero a 45 gradi (sia di temperatura, sia di inclinazione corporea) sotto il sole. Voglio dire, passiamo da roba interessante a sottofondo senza senso simile alla registrazione del traffico stradale ascoltato dal settimo piano in una strada di un paese della campagna tosco emiliana in pieno esodo colmo da gente che crede di aver fatto la partenza intelligente. E invece siete confusi e incazzati. Ah, si i Melvins. A Walk with Love and Death non ha senso, insomma. Ventiquattro brani son troppi, ventiquattro di cui la metà ti crea un mastodontico punto interrogativo sulla testa, rasentano l’aberrazione. – Andrea Mariano


Next To None
Phases

Prog Metal, InsideOut

L’highlight
La batteria

Per chi apprezza
I parenti famosi e ricchi

Vi ricordate Diego Sinagra? O ve lo ricordate meglio se lo chiamo Diego Armando Maradona Jr? Un eroe senza alcun tipo di dote tecnica che ha mendicato apparizioni in squadre dilettantistiche, e nel Cervia di Ciccio Graziani, solo per l’evidente divina discendenza. In questi Next to None c’è il figlio di sua santità delle pelli Mike Portnoy, il Re Mida del prog metal, che dopo aver raccomandato praticamente chiunque non poteva esimersi ovviamente dal farlo col proprio pargolo. In realtà suonare la batteria è qualcosa di più meccanico dell’avere talento col pallone e quindi il caro Max Portnoy, cresciuto evidentemente fin da neonato a imitare il suono degli elicotteri, non ha difficoltà a fare un macello col suo strumento. Il fatto è che con la rapidità alle bacchette non arriva il talento compositivo e nemmeno compagni di band validi: la somma di questi fattori è un album come “Phases”, una schifezza djent con ritornelli cantati dall’autotune, con bassi e tastiere quasi silenziati nel mix per mascherarne la piattezza, con (attenzione!) secondi e secondi di scratching come se non avesse smesso di essere una figata da già 25 anni abbondanti. Uno scandalo di album che ha mille volte la visibilità che meriterebbe: lì fuori di demo che non vedranno mai la luce, e che sono molto meglio di “Phases”, ce ne saranno a valanghe. – Riccardo Coppola


Public Service Broadcasting
Every Valley

Art Rock, PIAS Recordings

L’highlight
Progress

Per chi apprezza
Alberto Angela

Lontano letteralmente milioni di miglia dal precedente e sognante The Race For Space, Every Valley, terzo album dell’ormai celebre duo londinese, offre un nuovo spaccato di sonorità post-rock ed elettroniche infilate in un formato dal piglio documentaristico (praticamente un concept album, il cui ordine di tracce è studiato diacronicamente), guidato da una voce narrante che ripercorre l’impatto della deindustrializzazione e il declino del settore minerario del carbone nel sud del Galles. In pratica, un’epopea in musica dalle tinte oscure, fatta di delusione e sofferenza (“They Gave A Lamp”), di confronto col nuovo (“Progress”, splendidamente ispirata ai Kraftwerk e addolcita dalla voce femminile di Tracyanne Campbell), di dignità nel lavoro (“The Pit”), di indignazione e di lotta (“All Out”), di abbandono (“Turn no More”) e di catarsi finale, con l’elegante ballad “You + Me”. Detto in altre parole, un viaggio immersivo ma estenuante come una pellicola di Bela Tarr, che difficilmente riascolterete una seconda volta. Certamente intrigante. A tratti monocorde, ma comunque affascinante. Oserei dire, totalizzante. – Giulio Beneventi


Tristen
Sneaker Waves

Indie, Pupsnake Records

L’highlight
Glass Jar

Per chi apprezza
La dolcezza femminile che prende il sopravvento sulla femminile lamentosità

Le sneaker waves del titolo dell’album dovrebbero essere onde inaspettatamente alte, nel mezzo di una situazione di sostanziale bonaccia. In realtà l’indie pop di Tristen Gaspadarek, soltanto Tristen sulle copertine dei suoi dischi, si mantiene non esattamente piatto ma comunque piuttosto placido, intrecciando testi amorosi e malinconia su educatissimi comparti strumentali di chitarre appena sporche e di synth che sanno di anni ’80. Tristen appare essere per lo più una versione “light”, con una scrittura molto meno di pancia e esiti compositivi molto meno cervellotici, di un gigante del genere come Angel Olsen. E non è assolutamente da intendersi come una critica: una voce inattaccabile e carezzevole, un ascolto nel complesso piacevole e perfettamente indicato per caldissime ma in fondo rilassate sere estive. – Riccardo Coppola

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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