Dischi Che Escono – 11/06/2017

Dieci dischi per prepararsi ad un’estate da denuncia. (04/06/2017 – 10/06/2017)


Allie X
CollXtion II

Synth Pop, Twin Music

L’highlight
Paper Love

Per chi apprezza
Fare shopping

Tra le uscite di questo venerdì sono andato a sbattere contro “CollXtion II”, secondo album di Allie “fronte larga” X. Una collisione meno dolorosa del previsto però, che si trasforma in piacevole sofferenza grazie al quel sintetizzatore che smorza l’anima pop di questo lavoro. Sono certo che non passerà molto tempo perché i vari Zara o H&M usino un brano come “Casanova” all’interno dei loro negozi zeppi di uomini ridotti a porte buste e borse delle gentil signore: perlomeno le lunghe attese saranno accompagnate dalla profonda voce di Allie X, poi inevitabilmente coperta dalle urla, meno piacevoli “AMORE, COME MI STA QUESTO? TI PIACE?”. Questo recente dilagare del synthpop mi manda totalmente in confusione, poiché sembra di ascoltare un unico immenso album: vi sfido a trovare differenze tra le acclamatissime Haim, Allie X o i Chvrches: il primo che me ne mostra tre, vince un giro da Tezenis. – Francesco Benvenuto


Cigarettes After Sex
Cigarettes After Sex

Indie, Partisan

L’highlight
Sunsetz

Per chi apprezza
Leggasi nome band

Dopo anni di EP e singoli sciolti, e nascosto dietro una copertina minimal quanto il design delle Senator nere, arriva l’album d’esordio di Greg Gonzalez e delle sue sigarette, già band -malgrado la vuotezza discografica- dalla quale la comunità indie aveva maturato dipendenza. Un pacchetto di composizioni moge e clamorosamente downbeat, affidate a tenui arpeggiate e vocalizzi androgini, dove il dream pop e la sensualità vengono declinati, inusualmente ma con credibilità, da una prospettiva maschile. È anche un canzoniere d’interesse sociologico e figlio del suo millennio: “Cigarettes After Sex” è impregnato di un romanticismo a volte superficiale, a volte timido, a volte totalmente sfatto, mai comunque davvero euforico. C’è comunque di molto meglio nel genere ed è difficile mantenere l’attenzione dall’inizio alla fine (non oso immaginare a un live): un buon sottofondo per la situazione dal titolo suggerita, ma chi preferisse optare per il sonno immediato non sarebbe comunque biasimabile. – Riccardo Coppola


London Grammar
Truth Is A Beautiful Thing

Indie Pop, Ministry Of Sound

L’highlight
Hell to The Liars

Per chi apprezza
Gli episodi più atmosferici di Daughter e The xx

I London Grammar sono dei tipetti davvero carini e per giunta fanno parte dell’ormai sparuto gruppo di hipster ancora in circolazione sul pianeta Terra. In attesa che il WWF li dichiari specie in via di estinzione, i tre londinesi continunano a produrre un elegante indie pop d’atmosfera con la voce suadente di Hannah Reid sempre in primo piano e timidi accenni di elettronica che vanno a mischiare, quando si fa necessario, le carte in tavola. Viene tuttavia da chiedersi perché non siano mai riusciti a trasmettere quel mal di vivere post-adolescenziale che ha consacrato le carriere di Daughter e The xx (due band che li hanno, per così dire, “ispirati”). Di fronte ad un album chiamato “Truth Is A Beautiful Thing” è vietato mentire: se la musica di Elena Tonra e Romy Madley Croft è “Scrubs”, quella di Hannah Reid è “Grey’s Anatomy”. Capite il paragone, vero? Ecco, c’è chi al dramma più profondo reagisce con profonde riflessioni esistenziali velate d’autoironia e chi preferisce crogiolarsi in più rassicurante (e meno impegnativo) melodramma, senza nemmeno guardarsi un po’ dentro. Nulla di male, sia chiaro, semplicemente io non sono tra questi. Detto ciò: se vi è piaciuto il debut di qualche anno fa, non mancherete di trovare cose interessanti in questa sua telefonatissima versione 2.0 (“Hell To The Liars” e “Everyone Else” regalano pure qualche emozione; mica male dai). – Marco Belafatti


Phoenix
Ti Amo

Pop Rock, Glassnote

L’highlight
Telefono

Per chi apprezza
Gli acidi comprati sulla A14

“Fior di late, fi fi fior di late”. I Phoenix si chiudono in bagno e ne escono carichi di synth anni Ottanta pigiando pacatamente il pulsante dello sciacquone all’Autogrill di Senigallia. In più sono francesi, quindi la stranezza e l’incomprensibilità di certe scelte di non-buon-gusto sono intrinsecamente scontate (come il Toblerone nel già citato Autogrill). “Ti Amo” ha titoli a caso in italiano come “Telefono”, “Via Veneto”, “Fior Di Latte”. Un po’ come negli anni Sessanta e Settanta alcuni artisti stranieri si cimentavano nel canto italico perché risultava esotico. Qui uniteci il trip da elettronica eroinomane della metà degli anni Ottanta e avrete il quadro della situazione completo. Il risultato è assurdo, non è un abominio completo, non riesco a capire se sono dei geni assoluti. So solo che dalla finestra vedo Sandy Marton con i baffi che suona il tastierone a tracolla. – Andrea Mariano


Ritchie Blackmore’s Rainbow
Live at Birmingham 2016

Hard Rock, Eagle Music

L’highlight
Mistreated

Per chi apprezza
Fantasmi sgualciti

Il ritorno di Blackmore al Rock è evento, ma c’è modo e modo di tornare. Rispolverare un brand come quello dei Rainbow non basta, trovare un talento come Romero maschera un po’ quel che in realtà c’è dietro: l’incomprensibilità. Già, perché se il menestrello se la cava egregiamente (leggasi “a là Blackmore”) nel riprendere classici come Mistreated e Catch The Rainbow, il disastro è dietro l’angolo, con una Highway Star imbarazzante e una Child In Time che grida vendetta. Long Live Rock N’ Roll è scarica, il buon Romero fa quel che può ed è lui l’asso nella manica, il più giovane paradossalmente riesce a tenere su un palazzo fatiscente cui è stata applicata solo una mano nuova di vernice e due lampadine a basso consumo. Per ultra nostalgici e per chi ha paraocchi. Per il resto, c’è il rifugio nel ricordo. – Andrea Mariano


Rancid
Trouble Maker (Deluxe Edition)

Punk Rock, Epitaph Records

L’highlight
Pescate a caso, sono i Rancid, cazzo

Per chi apprezza
I brani epici da ben un minuto e mezzo

Io voglio bene ai Rancid. Rancidi fino al midollo e per questo se ne sbattono il batacchio di tutto, quindi in “Trouble Maker” ti piazzano chitarre acustiche in “Telegraph Avenue” e poi tornano a non sfiorare manco il minuto e mezzo di canzone. Così, con noncalanche. E va tutto incredibilmente bene, tutto con incredibile naturalezza. Che bello avere il crestone a cinquant’anni e tirare testoni a quei due stronzi di vent’anni che credono di fare punk avendo come punto di riferimento “Let’s Go!” di Avril Lavigne. Io sto con i Rancid, e conviene anche a voi essere dalla loro parte. Non ve ne pentirete.. – Andrea Mariano


Rise Against
Wolves

Rock, Virgin

L’highlight
Welcome to the Breakdown

Per chi apprezza
Sky TG 24

Diritti al punto. I Rise Against festeggiano il raggiungimento della maggiore età artistica con il nuovo album “Wolves”, un lavoro che lascia poco o niente all’interpretazione senza perdersi troppo in chiacchiere o inutili schitarramenti, facendo ciò che meglio fa un album punk-rock: fomentare il fomento. Non stiamo parlando di certo del nuovo “Sufferer & The Witness”, ma finalmente, dopo anni di incertezze, è tornata la sostanza che era venuta a mancare nelle ultime produzioni. Un album in puro stile Rise Against, impregnato di riferimenti politici e pieno zeppo di brani molto catchy, in grado di raccontare un sentir comune del mondo occidentale: un diffuso menefreghismo che ci porta a disinteressarci delle altrui disgrazie, fin quando non ce ne troviamo direttamente coinvolti. “The bombs are getting closer everyday, that can never happen here”. – Francesco Benvenuto


The Rolling Stones
Live In Texas ’78 (Cd edition)

Rock, Eagle Rock

L’highlight
Happy/p>

Per chi apprezza
Ripetere “non ci sono più i concerti di una volta”

Pare quasi strano da raccontare, ma ci fu un’epoca lontana in cui gli Stones non erano più riveriti come da prassi e dovettero combattere per respingere il dimenticatoio e la nomea di dinosauri del rock. Dovettero tirar fuori di nuovo a forza un album con le palle. L’ultimo per la precisione. Eh sì, stiamo parlando proprio dell’epoca d’oro di “Some Girls”, forse la fotografia più felice della band rotolante di ritorno al suo top dopo le varie grane, l’ultima prima della crisi senza ritorno. Un celebre assaggio di quei giorni ruggenti è la grezza esibizione tenutasi al Will Rogers Auditorium di Fort Worth, in Texas, che questo 9 giugno ha compiuto la bellezza di 39 anni e ha ricevuto perciò in regalo una nuova ristampa, questa volta in cd singolo. Nulla di nuovo, stessa storia trita e ritrita. Zero bonus, solo lo sporco show, nudo e crudo (con “Lies” tagliata, vai a capire perchè). Morale: se fate parte di quella rarissima schiera di coloro che non conoscono questo concerto a memoria, crepi l’avarizia. Altrimenti, fuggite sciocchi, che siamo già tutti in bolletta per Lucca. – Giulio Beneventi


Sufjan Stevens, Nico Muhly, Bryce Dessner, James McAlister
Planetarium

Ambient, 4AD

L’highlight
Venus

Per chi apprezza
Fare uno squillo a Major Tom

Houston, abbiamo un problema. Le idee cosmiche di Sufjan Stevens sono tornate a colpire. Questa volta assieme all’artista di Detroit però ci sono pure James McAlister alla sezione ritmica e all’elettronica, Bryce Dessner (The Nationa) alle chitarre e persino Nico Muhly alla parte orchestrale e sinfonica. Insomma, il Real Madrid in musica. Ci sarà da divertirsi. Chiediamocelo, potevano deludere questi pezzi da novanta? Beh, spesso l’unione non fa sempre la forza e i “super-gruppi” non è raro che tirino fuori super cagate. Ma non è questo il caso. Trattasi infatti di un prodotto di rara qualità e ricercatezza (tanto per cambiare): un album difficile da incastrare in parole, che corre attorno a concetti astrofisici, complessi, mitici e psicologici. Oserei dire, messianici. Provare per credere. Se non vi piace il genere, lo apprezzerete soltanto. Se invece già vi garba, volerete sul serio. Come Morandi. – Giulio Beneventi


Volumes
Different Animals

Djent, Fearless Records

L’highlight
Pieces

Per chi apprezza
La non indispensabilità

Dovendo valutare un ennesimo disco da ascoltare per questa settimana l’occhio mi è inizialmente caduto su un ulteriore paio di album post-punk o shoegaze. Poi mi sono detto basta. Non si può mica stare sempre a piangersi addosso con voci addolorate. Diamoci dentro con un po’ di metalcore, un po’ di djent. Ogni tanto ci può stare. I Volumes nella scena sono anche abbastanza importanti, questo loro terzo album l’hanno blastato un po’ ovunque, critica e fan ipercritici, per il suo abbracciare un nuovo vocalist (il melodicissimo Myke Terry dei Bury Your Dead. Sì, veramente Myke con la Y), per la ricerca di elementi reputati ingiustamente orecchiabili (c’è un “Interlude” che pare preso da un disco di FloRidDa). Ma alla fine “Different Animals” è un dischetto tutto sommato onesto, perché pare non provarci nemmeno a farsi prendere sul serio, con i suoi testi in growl di incredibile spessore intellettuale tipo “Fuck the system and the politics”, con degli innesti di rap nigga palesemente non necessari, con la sua formulaica riproposizione della finta dicotomia ritornellone-breakdown (esiste ancora qualcuno al mondo che la trovi inaspettata?). Un album-dejavu che come tutto il genere cui appartiene è didascalico e fondamentalmente superfluo, ma in fondo, diciamolo, divertente. – Riccardo Coppola

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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