Dischi Che Escono – 13/08/2017

Selezione musicale per i vostri più ridicoli falò. (06/08/2017 – 12/08/2017)


Chip
League Of My Own II

Rap, Cash Motto Limited

L’highlight
Honestly

Per chi apprezza
Rapper cazzuti o presunti tali. Credo.

No, non è cazzuto per niente, perché ha una voce stridula che arreca un fastidio immane. Un Eminem ma con la voce dei Korn senza voce. Di buono c’è una relativa buona velocità di sparare parole, il resto è molto, molto, moooooolto yo yo maddaffaka, con i canonici pro e contro che ne conseguono. Non riesco a farmi piacere la voce del signor Chip, che a occhio e croce ha una faccia da schiaffi e la merenda per la pausa pranzo tra una lezione e l’altra del secondo anno di ragioneria. È agosto, non ce la faccio ad apprezzare una cosa del genere. Capitemi. – Andrea Mariano


Crash City Saints
Are You Free?

Alternative Rock, Saint Marie

L’highlight
Use Once Then Dispose

Per chi apprezza
Essere talmente all’avanguardia da essere rimasti indietro di 30 anni

Deve essere dura, molto dura. Suonare, farsi piacere ciò che si suona e accorgersi che, nonostante tutto, la tua creatura sa già di vecchio. Di 1992 già ricoperto da un sottile strato di naftalina scaduta nel 1989, per la precisione. “Are You Free” dei Crash City Saints non è un album malvagio, ma prendete i Pixies più scialbi, caricategli le valvole negli amplificatori, prendete un po’ di underground vagamente interessante di fine anni Ottanta, ed ecco “Are You Free?”. E a me va bene anche, perché sono un nostalgico di merda che appena annusa odor di Anni Novanta scodinzola quanto un alano davanti a un osso di bue preso dal macellaio di casa Agnelli, ma non è detto che lì fuori, fuori dal mio ufficio con un ventilatore puntato sulla faccia e un altro sul portatile (l’aria condizionata è troppo mainstream) ci siano persone disposte a condividere la mia stesso retropassione. Se ve lo state chiedendo: sì, anche la produzione ha il sapore di trenta e passa anni fa. Da consigliare? Se siete dei vecchi di merda come me, i Crash City Saints possono dare qualche soddisfazione, un po’ come le pugnette in un giorno di pioggia. – Andrea Mariano


The Districts
Popular Manipulations

Indie Rock, Fat Possum Records

L’highlight
Point

Per chi apprezza
L’indie sincero

I The Districts si sono formati nel 2012 ma sembrano, sotto ogni punto di vista, in ritardo di dieci anni: paiono venir fuori da quel periodo in cui il musicista collegiale tipico era fondamentalmente nerdy, incamiciato sotto improbabili quadretti, spettinato, portavoce di un ottimismo vago e mai troppo convinto. Popular Manipulations è un disco brevissimo, fatto di undici brani diretti e in fondo anche godibili, che vive di assoluto revivalismo del primissimo indie rock: ci sono quelle voci arrotondate che preannunciano gli ingressi di power chords, ci sono le chitarre spesso relegate sugli sfondi registrate in maniera volutamente imprecisissima e impastate di effettini, ci sono i chorus ripetuti allo strenuo e i bridge in falsetto, le brevi cavalcate rabbiose e le ancor più brevi ballatine dominate dall’acustica. Una formula che di personale non ha nulla, ma che ha innegabilmente una sua emotiva onestà, specialmente se paragonata a tanti altri colleghi impegnati a ricoprire di immotivato grandeur lo stesso pastone di sempre. – Riccardo Coppola


Paul Draper
Spooky Action

Alternative Rock, KScope

L’highlight
Jealousy Is a Powerful Emotion (come ogni terrone sa)

Per chi apprezza
La classe consapevole

Vado a correre da anni con Club Foot nelle cuffie. Stamattina però c’erano 35°, e per preservarmi dall’arresto cardiaco che mi avrebbe causato andare a tempo col basso dei Kasabian ho prelevato qualcosa di più calmo dal catalogo delle nuove uscite di Spotify: Paul Draper mi suonava un po’ come Paul Weller e la cosa mi incoraggiava, il suo disco (il primo) ha una rassicurante copertina in cui lui sembra Matteo Renzi. Deal. Draper si è fatto conoscere in pieno britpop con i Mansun, poi ha fatto da abile chitarrista e sessionman per robe d’estrazione differente: il rock cool e urbano degli Skunk Anansie, il quasi-shoegaze The Joy Formidable, il prodigio di prog femmineo The Anchoress. Tutti elementi coltivati negli anni che confluiscono con naturalezza in Spooky Action, un disco arioso e spaccone come da tradizione brit che però ha dalla sua una gran quantità di suggestioni di classe, di elaborate costruzioni strumentali (l’opener “Don’t Poke The Bear”, molto cinematica), di multi-voci cupe un po’ da Gahan solista (le strofe di “Friends Make The Worst Enemies”). Una elegante ma potentissima aggiunta a quel catalogo di poliedrici solisti che affollano le fila della KScope: questa volta, a differenza di come tanto spesso capita in quell’ambiente, c’è molta più sostanza che fighetterie sperimentali. Avanti. – Riccardo Coppola


Will Hoge
Anchors

Cantautorato, Edlo Records

L’highlight
This Grand Charade

Per chi apprezza
Il country di gran classe

Perché non ho scoperto Will Hoge prima? Cantautorato americano di qualità, 100% Nashville, pane e Johnny Cash insomma. Se volete tranquillità, un tocco di melanconia di classe, se volete storie in cui immergervi, “Anchors” fa per voi. Una voce fantastica, un accompagnamento strumentale tanto essenziale quanto perfetto sono gli ingredienti segreti per un album di grande qualità. Il Country che ci piace, che Steven Tyler ha cercato di far suo ma che qualche anno fa ha invece disonorato e che invece trova nuovamente dignità e splendore in e con Will Hoge. Io ne sono rapito, sequestrato da cotanta maestria. Avrò la Sindrome di Stendhal, ma cavolo, che meraviglia. – Andrea Mariano


Frankie Rose
Cage Tropical

Dream Pop, Slumberland/Grey Market

L’highlight
Red Machine

Per chi apprezza
Pitchfork

Inutile far finta che così non sia: ci sono magazine più o meno stampati che oggigiorno diventano trend-setter per i gusti musicali quasi quanto lo è Selena Gomez per le bibite gasate su Instagram: spotlight, votoni, pubblico amplissimo ed ecco che prendono vita fenomeni giganteschi. Non riesco a spiegarmi in nessun altro modo il baillamme che c’è sempre stato (e non sono un tipo dai gusti intransigenti: lo fossi, mi chiederei le ragioni della sua esistenza) attorno a quell’accozzaglia di suoni new wave slavati e voci acute che è il dream pop. Quel baracchino di colori fluo ed elettroniche sotto sedativi che è infine talmente piatto e inutile da essere ottimo sottofondo per i lounge bar. Dietro l’ultimo (il quarto) album di Frankie Rose c’è in realtà una storia molto lunga: c’è una carriera da vocalist in una quantità di band rinomate (le Dum Dum Girls, i Crystal Stilts), c’è un esilio auto-imposto di svariati anni, un trasferimento che è più mentale che geografico da Brooklyn a Los Angeles. Ma tutto vien meno se l’esito è un monotono, monocorde, piattissimo conglomerato di arpeggi, sussurri nostalgici degli anni ’80, drum machines meno convinte di Simone Zaza sul dischetto contro la Germania. Lo chiamano dream pop, e lo ripeto per sottolinearne l’ossimoro nella catalogazione: questa robaccia starebbe meglio in un noiosissimo incubo. – Riccardo Coppola


Guided by Voices
How Do You Spell Heaven

Alternative Rock, Autoproduzione

L’highlight
Steppenwolf Mausoleum

Per chi apprezza
I record

Quando vi sentite dei perfetti fan del vostro gruppetto preferito, siano essi i Lumineers o gli Arcade Fire, perché ne sapete a memoria i testi di ogni singolo brano, ricordatevi che state vincendo veramente facile. Vi sfido piuttosto a essere fan sfegatati di Bob Pollard, che vanta -come una specie di Pelé del rock alternativo- più di 1600 canzoni registrate per la BMI. Su, ascoltatele tutte, imparatele. E’ vero che nei campionati brasiliani le conte dei gol fatti si truccano facili, e in effetti anche Pollard gioca un po’ sporco spargendo poche idee su quindici pezzi che in media superano di poco i due minuti, ma ciò non impedisce al ventitreesimo album dei suoi Guided By Voices (ma il centesimo di tutta la carriera) di essere un dischetto sincero, allegro, convincente. Incisione integralisticamente lo-fi, assoluta minimalità compositiva, leggerezza anni ’90 da far sembrare i Green Day intellettuali come una combo art rock delle Far Oer, ma anche qualche godibile impulso post-punk e arena rock. Soprattutto, Pollard ha sessant’anni ma la sua musica è più convincente di gran parte dei fighetti alt che hanno pressoché un terzo della sua età. Never surrender. – Riccardo Coppola


Kesha
Woman

Pop, Kemosabe Records

L’highlight
Let ‘Em Talk ft. Eagles of Death Metal

Per chi apprezza
Le donne e l’essere donna

Giuro, ho valutato questo terzo disco senza manco vedere in anteprima una foto online della cantante statunitense. Quindi, per una volta, (strano ma vero) posso assicurare che il fatto che sia una stratosferico spettacolo offertoci da Madre Natura non mi influenzi minimamente. Eppure, giuro di nuovo, la bellezza filtra in modo radioso tra le note di questo concentrato pop di divertimento, di sensazioni forti, di amor proprio e di sano orgoglio femminile (occhio, non femminista). C’è di più: sono canzoni di forza, di reazione al passato non proprio felice (i fatti di cronaca giudiziaria e di presunti abusi vi spiegheranno meglio).
Certo, è musica commerciale, senza alcuna pretesa, se non quella di sfondare le top ten. Ma ha un mood rabbioso, un suono fresco, affamato di rivincita. Ci sta. Va bene così. Aggiungeteci su due delle quattordici tracce omogenee quei pervertiti degli Eagles of Death Metal e siamo a cavallo. Alziamo il volume e non facciamoci grossi problemi. – Giulio Beneventi


Konx-Om-Pax
Refresher [EP]

Elettronica, Planet Mu

L’highlight
Cascada

Per chi apprezza
L’elettronica non astratta

Il nome di Konx-Om-Pax riesce a ricordarmi al tempo stesso un virus devastante, un comandante orco di Warhammer 40.000 e una celebre band post-punk italiana (anteponendo Offlaga Disco a Pax). In realtà si scopre che il Konx-Om-Pax è una pubblicazione del maestro dell’occulto Aleister Crowley, e che il Konx-Om-Pax che finisce in questa rubrica è un produttore scozzese di musica elettronica. Molto vicino nei lavori iniziali a una (godibile) elettronica molto ambient, astratta, tagliente e vicina ai soundscape storici di Jarre, Pax ha accentuato con Refresher un avvicinamento a una elettronica più da club, più vicina alla techno da volumi pompati e luci intermittenti. Le prime due tracce hanno kick fortissimi, vagamente malefici, assolutamente coinvolgenti. In chiusura anche un take di un collega su un (buon) brano del precedente album, Beatrice’s Visit, trasformato per l’occasione in undici minuti di indeterminatezza ottimi per un’alba in hangover sulla spiaggia. – Riccardo Coppola


Orlando
The Tide That Moves Me [EP]

Minimale, Gobstopper Records

L’highlight
The Tides That Move Me

Per chi apprezza
Tutto, meno quando Orlando parla

Quattro brani, quasi tutto perfetto, con quel minimal che crea atmosfere incantevoli eppure incendiarie. Una roba da club con luci spente, tavolini bassi, divani comodi e ombre che si intersecano tra loro con una certa lentezza sensuale e sessuale. Peccato per “Cyaa Done”, dove Orlando inizia a rappare o non so cosa fare, perché spezza un po’ l’atmosfera degli altri pezzi. Minimale dicevamo, come la voglia di rivedere il sole successivamente, come la necessità di mettere fuori il naso dal locale. Perché spostarsi, quando qui c’è tutto quel che serve? – Andrea Mariano


Photay
Onism

Elettronica, Astro Nautico

L’highlight
Inharmonious Song

Per chi apprezza
Il capitano Kirk che ci prova con Cicciolina

Tra reminescenze soft porn e colonne sonore degne di Star Trek col capitano Kirk che ci prova con ogni essere femmineo della galassia, quest’artista dal nome che sa tanto di giardiniere del passato remoto ci sa fare. Il sottoscritto ammette candidamente che all’attacco di “Screens” ha mandato a cagare Pohtay, visto che non è proprio un biglietto da visita eccelso, ma le successive composizioni rendono “Onism” un lavoro quantomeno interessante, dove la dissonanza trova una sua collocazione armonica, un senso. “Onism” non è la merda che inizialmente il qui presente scribacchino temeva, ecco. Siamo schietti e diretti: se non piace, quantomeno non arreca fastidio. – Andrea Mariano

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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