Dischi Che Escono – 15/10/2017

Cose belle e cose meno belle da ascoltare a spasso in domeniche stranamente soleggiate (08/10/2017 – 14/10/2017)


Alteria
La vertigine prima di saltare

Rock, AlterHead

L’highlight
Diventare Chi Sei

Per chi apprezza
Capire che il rock in italiano può valere qualcosa

I NoMoreSpeech sono stati tra le realtà rock più suggestive in Italia, e Alteria indiscutibilmente è stata un modello per il gentilsesso che voleva tentare l’avventura tra chitarre e distorsioni. Cantare in italiano, dunque scrivere e pensare testi in italiano non è tuttavia una cosa semplice, vuoi perché quello che fa figo in inglese nella nostra lingua ogni tanto suona ridicolo, vuoi perché la scelta melodica differisce completamente. Questo disco non è per nulla malvagio, tagliamo subito la testa al toro (non ad Alteria, povera figliola). “Peccato” è il giusto connubio tra melodia e ritmo incalzante (anche se non troppo aggressivo), “Diventare Chi Sei” ha il retrogusto degli Alice In Chains più quieti del periodo di “Jar Of Flies”, il che per un grungettone come il sottoscritto non può che essere un pregio. Il crine di fuoco ha compiuto un buon lavoro, anche se – di misura – l’allieva AmbraMarie ha superato la maestra. Ad ogni modo, il rock cantato in italiano e con corde vocali femminili funziona. Alteria lo conferma. Fatevene una cazzo di ragione. – Andrea Mariano


Beaches
Late Show

Indie Rock, Universal Music

L’highlight
Turn Me On

Per chi apprezza
Quello che passa il convento

In un fine settimana ricco di eventi calcistici di un certo spessore, ecco spuntare come funghi uscite musicali di qualità, come sono quelle di Robert Plant, Beck, Pink e St.Vincent. Ma io non sono il tipo che viaggia sulle strade già belle e battute, preferisco di gran lunga affrontare quei sentieri poco navigati e conosciuti alla ricerca di nuove esperienze di vita. Dopo questa similitudine, ormai divenuta un vero cliché nei testi di bassa lega come questo, si può introdurre il nuovo lavoro delle The Beaches, un quartetto canadese composto da ragazze di bell’aspetto. Nonostante tanto potrebbe dirsi sul nome scelto, devo fermarvi subito: non è riferito a ciò che pensate, non ha come significato “mignotte” e neppure “spiagge”. Tanto per far chiarezza: prende spunto piuttosto dall’area del lago di Ontario dalla quale provengono queste giovincelle, che nonostante la recente uscita dall’alveo materno, sono già navigate, avendo supportato artisti come Brody Dalle, Eagles of Death Metal e Death from Above. Non so se sia colpa degli ormoni, ma i gruppi all-female li apprezzo sempre e pure tanto, perchè si riesce a stimolare più sensi contemporaneamente: la vista e l’udito. Quindi stimolate, stimolate, forza! – Francesco Benvenuto


Daniel Cavanagh
Monochrome

Alternative Rock, KScope

L’highlight
The Exorcist

Per chi apprezza
La non indispensabilità dei climax

Che ci sia un’effettiva esigenza comunicativa o una sovrabbondanza di scarti per gli album degli Anathema (The Exorcist, praticamente Untouchable pt.3, potrebbe far pensare a questa) dietro questo secondo lavoro da solista del buon Danny? Qualunque sia la risposta, c’è una indiscutibile bellezza nel girovagare anticlimatico delle composizioni del Cavanagh maggiore, che libero dall’ossessione dell’epicità romantica della sua main band si permette di prendersi lunghe atmosferiche pause di sola voce (qui la controparte femminile è Anneke Van Giersbergen, e non la prevedibile Lee Douglas) e di raffinati tocchi al piano, o di mettere in fila due strumentali – una dark prog di tastiere ed elettriche, una praticamente folk di acustiche e violini. Ne risulta un album che per metà sembra una raccolta di remix acustici di vecchie glorie, ma che nell’altra -cosa che a “The Optimist” non riusciva nemmeno per sbaglio- riesce addirittura a sorprendere. Non male. – Riccardo Coppola


Enslaved
E

Progressive Black Metal, Nuclear Blast

L’highlight
Sacred Horse

Per chi apprezza
Il romanticismo moderato e combattuto dei vichinghi

È un po’ come quegli attaccanti che stanno per dieci anni di carriera a svariare su tutto il fronte offensivo per poi diventare stabilmente -e con ottimi risultati- centravanti. Un po’ alla Dries Mertens. Gli Enslaved fecero lo switch grosso con Axioma Ethica Odini, capolavoro in cui sublimarono le già presenti sfumature ambient/progressive del loro sound da vichinghi; poi sono andati avanti senza scossoni troppo forti, senza allontanarsi mai da una struttura della canzone ormai prevedibilissima (riff velocissimo con voce clean, pausa, riff più articolato con scream e/o cori) cui questo “E” non fa eccezione. Ancora una volta la differenza la fanno i dettagli: l’attacco quasi post rock dell’opener, il grandioso interludio di Sacred Horse, i colorati riff di Axis of The Worlds. Sempre un po’ un more of the same, certo, ma sempre comunque tantissima roba. Ah, nella deluxe c’è una cover di What Else Is There dei Royksopp che non ha nessunissimo senso. – Riccardo Coppola


Niccolò Fabi
Diventi Inventi 1997 – 2017

Pop/Cantautorato, Universal

L’highlight
Lasciarsi Un Giorno A Roma

Per chi apprezza
Inventarsi un divenire

Vent’anni non sono pochi, soprattutto per un autore che ha avuto l’onore e l’onere di tirar dritto per il proprio percorso nonostante per anni sia stato additato come “Quello che canta ‘Capelli’”, successo sanremese del 1996. Niccolò Fabi è stato anche quello, ma non è solo quello. È anzitutto un uomo, un essere umano che in 20 anni è maturato, cambiato, che ha viaggiato in lungo e in largo non solo tra i chilometri di strade e autostrade, di piazze e club, ma anche nelle esperienze, positive o negative che siano. È diventato un ragazzo di 50 anni, inventando un modo di catalizzare gioie e dispiaceri del vissuto. E inventa un best of a suo modo, ripercorrendo la sua carriera ricantandola nel suo modo attuale e regalando “quello che era” con demo e qualche live. Sì, c’è anche la prima, primordiale versione di “Capelli”, che avrebbe dovuto chiamarsi “Senza Capelli”. Chapeau. – Andrea Mariano


Finley
Armstrong

Pop, Sony

L’highlight
Il tasto skip

Per chi apprezza
Rimpiangere i Sonohra

Dovevano diventare delle star, delle fottute celebrità. Invece, dopo dieci benedetti anni sono ancora qui a grattugiarci i testicoli ed offendere il buon gusto generale con un poppaccio imbarazzante e più inutile di chi livellava Aerith in Final Fantasy VII. Ora, non ricordo bene se questi personaggi di Legnano facessero già così pena anche ai tempi che furono o se semplicemente sono riusciti soltanto oggi con sacrosanto impegno ad infrangere finalmente la barriera del vero schifo superando il vecchio record titanico dei Dari grazie alla “riuscitissima” svolta elettronica. Una sola cosa è certa: la dichiarazione del cantante sulla “enorme” qualità del lavoro in questione è affidabile più o meno come Padre Pio quando giurava di non buttarsi l’acido sulle mani. – Giulio Beneventi


Pale Honey
Devotion

Indie Rock, Bolero Records

L’highlight
Someone’s Devotion

Per chi apprezza
I prodotti svedesi

Una mattina mi son svegliato ed ho trovato un nuovo album delle Pale Honey. Chi siano lo lascio scoprire a voi, visto che deficiano addirittura di una pagina wikipedia in italiano, ma l’origine svedese della band tutta al femminile, lascia presagire perlomeno bionde presenze, che sono sempre ben accette. L’ultimo lavoro “Devotion” è manifesto della raffinatezza che può offrire un duo chitarra-batteria, una produzione che mira all’introspezione di chi ascolta, con un sound arricchito dalla massiccia presenza di eco, il fenomeno acustico e non il compianto Umberto. Una finezza che riesce ad essere espressa anche con i rustici campanacci, come avviene nel brano Real Thing, al punto da ritrovarsi per un momento nella più bella fattoria ia ia oh, priva purtroppo di cani, gatti o maiali. Un pallore quello delle Pale Honey che è dato però solo dalla carnagione chiara delle due dolci svedesi e non dalla musica prodotta, che è al contrario ricca di sfumature e distante dal più monotono piattume sonoro. Pare ovvio a questo punto che la Svezia, oltre all’Ikea e a Zlatan Ibrahimovic, abbia molto altro da offire. – Francesco Benvenuto


P!nk
Beautiful Trauma

Pop, Sony

L’highlight
But We Lost It

Per chi apprezza
L’onestà intellettuale e le copertine brutte

P!nk inglobata in un cappotto-vagina con sfondo da Bronx della provincia americana è una delle copertine più trash degli ultimi anni. Persino “Malibu” della signorina Montana aveva un suo perché nel suo essere accozzaglia di roba simil anni ’80. Detto questo, non dobbiamo giudicare un album dalla copertina, e per fortuna. Perché se la cover è un “traumatic trauma”, “Beautiful Trauma” si dimostra un ottimo disco. Profondo quanto basta per ribadire ancora una volta che P!nk, oltre ad avere una temibile capacità stritolatrice nelle sue braccia, ha una maestria di non poco conto nel raccontare frivolezze ma anche e soprattutto episodi su cui riflettere, per cui riflettere, in cui è possibile riconoscersi un po’. Sì, il talento è anche ben bilanciare canzoni radiofoniche da mandare a cagare (ma fottutamente orecchiabili) e autentiche perle, siano queste vestite di cassa dritta e “clap clap” estivo, siano queste spoglie di qualsivoglia orpello sonoro. P!nk, ti abbraccerei, se solo non avessi paura della tua capacità di stritolamento. – Andrea Mariano


Robert Plant
Carry Fire

Folk, Nonesuch

L’highlight
Bones of Saints

Per chi apprezza
Gli album degni

Robert Plant non è solo il frontman con più palle che io conosca. E’ anche uno dei musicisti più sinceri, onesti e rispettosi nei confronti della Musica: uno che non sa manco cosa vuol dire svendersi o anche solo pensare minimamente di non seguire il proprio istinto per un fatturato maggiore. Insomma, un Mark Knopfler all’ennesima potenza. E ancora con i capelli, soprattutto. In virtù di ciò, anche in questo undicesimo lavoro da solista, il blues delle antiche case del religioso e le cavalcate dal piè veloce non sono nella lista degli invitati. Eppure, la sensazione generale derivante dall’ascolto è di squisito calore familiare, sarà per l’ormai perfetta fusione degli Space Shifters, sarà per lo spirito vagamente ancestrale (if you what I mean) che permea il percorso serpeggiante tra lo stile celtico, l’orientamento folk e un approccio orientale, privo di tappabuchi e coronato sul finire con uno splendido rifacimento di Bluebirds Over The Mountain assieme alla sempre altrettanto splendida Chrissie Hynd. Il risultato ad ogni modo è indubbiamente un chiaro trionfo di qualità che, a mio modesto avviso, surclassa i predecessori, andando ad eguagliare le vette di Raising Sand, questa volta in solitaria. Vecchie mummie del rock dimenticato, prima di produrre altre ciofeche, prendete appunti. – Giulio Beneventi


St. Vincent
Masseduction

Pop, Loma Vista

L’highlight
Sugarboy

Per chi apprezza
I top album del 2017

Annie Clark purtroppo è uno dei miei punti deboli, una di quelle cotte brutali, ancora troppo recente e bruciante. Così, a maggior ragione, come del resto tutte le volte neutrali che ascolto un disco e sto per gridare al capolavoro, prima di esternare il mio canto libero, prendo un conoscente al completo oscuro dell’artista e gli chiedo la sua opinione, giusto per vedere se ci sto ancora dentro. Vi riporto quella del caso in concreto, relativo al quinto (quarto, se escludiamo la splendida scorribanda in coppia con Byrne) album da solista dell’attuale fiancé di Cara Delevingne: “C’è qualcosa di indefinito ma geniale in queste canzoni. Non riesco a capire che genere sia… chi è, David Bowie?”. Penso possa bastare. – Giulio Beneventi


Tusks
Dissolve

Post-Rock, One Little Indian

L’highlight
Dissolve

Per chi apprezza
La nuova scuola post-rock, rigorosamente al femminile

Quattro anni fa, quando il sorprendente esordio dei Daughter venne alla luce, non avrei mai pensato che il modo d’intendere la musica di Elena Tonra avrebbe generato così tanti proseliti. Eppure lei, diafana e delicatissima, ha saputo revitalizzare un genere come il post-rock, diventato nel tempo sempre più avaro di novità, così che altri (altre, soprattutto) potessero seguirla a ruota. Tusks, che proprio come la band di Elena viene da Londra, pubblica in questi giorni il suo primo full length e il rimando è immediato: il sound imbastito da Emily Underhill (unica mente dietro a questo progetto) si regge allo stesso modo su vocals eteree e avvolgenti trame di chitarra elettrica, lasciando alle tastiere e ad un’elettronica soave il compito di tratteggiare scenari malinconici e metropolitani sullo sfondo. Le deflagrazioni che di tanto in tanto animano le atmosfere del disco rimandano invece al post-rock più classico di gente come Mogwai ed Explosions In The Sky, generando un mix originale e accattivante. E nonostante Tusks non si avvicini ancora al pathos totalizzante delle formazioni che l’hanno ispirata, “Dissolve” rimane uno degli esordi più affascinanti di questo 2017, ricco di note agrodolci e visionarie alle quali abbandonarsi nella solitudine della stagione autunnale. – Marco Belafatti

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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