Dischi Che Escono – 16/07/2017

Selezione musicale per chi vuole agonizzare nel traffico del rientro dal mare. (09/07/2017 – 15/07/2017)


Edguy
Monuments

Power Metal, Nuclear Blast

L’highlight
The Piper Never Dies

Per chi apprezza
Stare sul pezzo dopo 25 anni

Faccio outing. Nel mio passato ormai lontano c’è stata una parentesi power metal. Giorni liceali, quando studiavo quelle due ore che bastavano e poi andavo su siti metal a cercare robe festanti mitteleuropee con voci altissime. Degli Edguy, fino a Tinnitus Sanctus, ho davvero sviscerato la discografia: apprezzavo il fatto che non si prendessero tantissimo sul serio, considerando i loro pezzi come fossero poemi epici guerreschi. Erano e sono dei cazzoni, ma -specialmente nei primi album- erano dannatamente solidi, tanto da far diventare poi Sammet una sorta di Mino Raiola del genere, capace di portare sotto la sua ala qualsiasi superstar per farla cantare nel suo magniloquente progettone avantasia. Monuments è un best of che racconta 25 anni di Edguy, dall’epicità di The Piper Never Dies al romanticismo strappalacrime e strappabudella di Save Me (però, dove cazzo è finita Forever, maledetti pazzi?), dalle grancasse pressate di Ministry of Saints alle bischerate allegrotte di Lavatory Love Machine. Un interessante compendio di una band che comunque ha alle spalle svariati motivi per essere ancora sulla cresta dell’onda, nonostante anacronismi vari, e voce e ispirazione ormai da troppo tempo tristemente alla frutta. Ci sono anche cinque inediti, per quel che valgono. – Riccardo Coppola


Japanese Breakfast
Soft Sounds From Another Planet

Indie, Dead Ocean

L’highlight
Machinist

Per chi apprezza
La depressione presa bene

Michelle Zauner è mezza americana e mezza coreana, ma in barba ai campanilismi ha scelto come d’arte la versione giapponese del pasto più importante del giorno. Evidentemente mangiano cose buone. Dovrò documentarmi. Oltre al suggerimento enogastronomico implicito, Soft Sounds From Another Planet porta in dote svariati ulteriori elementi di valore: un disco di dream pop intimo, timido e fondamentalmente esistenzialista, acuto nelle voci (qualche debito coi Daughter, forse), lento e avvolgente nelle strumentazioni. E sebbene la sua genesi sia particolarmente drammatica (l’esordio dell’anno scorso era un tributo alla madre appena scomparsa, questo è sostanzialmente un follow-up tematico) riesce nell’impresa spesso complessa, per il genere, di non annegare in oceani di noia e lacrime: qua e là si trovano coinvolgenti pezzi giovialmente pop, chitarrine da Daft Punk, anche un solo di sax che tanto fa anni ’80. Depresso ma con gusto. – Riccardo Coppola


Lo Tom
Lo Tom

Alternative Rock, Barsuk

L’highlight
Find the Shrine

Per chi apprezza
40° all’ombra

Finalmente una ventata d’aria fresca, tanto fresca quanto l’aria della mattina dopo una bella cena con pasta e fagioli. I Lo Tom hanno tirato fuori un album utile quanto un calcio nelle palle, che può piacere ad alcuni, ma alla maggior parte dà solo dolore, ahi ahi que dolor. E se solitamente un libro non andrebbe giudicato dalla copertina, questo primo lavoro dei Lo Tom è un’eccezione, perchè va bene fare copertine dal gusto discutibile, ma un chihuahua con gli occhiali da sole è un NO grande come una casa. Insipido, monotono, a tratti noioso: non è la qualita della musica a mancare, quanto l’essenza del lavoro, che solitamente dovrebbe regalare qualche emozione, ma non in questo caso. Pensavo che questo caldo atroce fosse una punizione sufficiente per redimere i miei peccati primaverili, ma quanto pare non la pensavano allo stesso modo i Lo Tom, che hanno deciso di metterci il carico da 90 e rilasciare questo lavoro. Però lo devo ammettere: forse sono troppo severo nel dare un tale giudizio. Eppure io non riesco a trovare una qualsivoglia utilità musicale ad un lavoro oggettivamente scialbo, che non ti dà alcun motivo per premere una seconda volta il tasto play. Lascio a voi il giudizio definitivo, io vado a prendermi una birra. Ghiacciata. – Francesco Benvenuto


Offa Rex
The Queen Of Hearts

Folk, Nonesuch

L’highlight
Sheepcrook and Black Dog

Per chi apprezza
Il folk cazzuto

Nati dall’incontro dei Decemberists e la star britannica Olivia Chaney, gli Offa Rex si presentano come un sentito e competente tributo allo psych folk britannico, costruendo un’intera tracklist di classici più o meno profondamente riarrangiati. Stupisce il modo in cui gli strumentisti statunitensi abbiano voluto distanziarsi completamente dagli stilemi che da sempre hanno caratterizzato la loro proposta: se c’è posto per le ballate sussurrate e sognanti, l’accompagnamento alla voce tagliente e vibrata della Chaney è dei più variegati, tanto che sull’intro di Sheepcrook pare d’ascoltare distorsioni zeppeliniane. Una delle rare occasioni, in musica, in cui la somma delle parti è forse migliore delle singole parti. – Riccardo Coppola


Oh Wonder
Ultralife

Indie Pop, Island

L’highlight
Il momento in cui premi il tasto “stop” e torni ad ascoltare vera musica

Per chi apprezza
La monotonia e l’anonimato dell’indie pop inglese

La scena musicale londinese è talmente florida che qualsiasi studentello universitario con vaghe ambizioni artistiche può mettersi a fare musica con un paio di sintetizzatori e ritrovarsi ad aprire i concerti di nomi altisonanti nel giro di qualche mese. Firmando per una label prestigiosa, che fa capo alla Universal, magari. Pensate al tipico duo hipster formato da una seducente fanciulla e da un aitante giovine: quanti ne abbiamo già visti? Troppi. Difficile, pertanto, esaltarsi per il nuovo album degli Oh Wonder, successore del debut omonimo del 2015. Anthony e Josephine intrecciano le loro voci(ne) attorno a fragili impalcature di synth e chitarra, tra percussioni blande e arrangiamenti svogliati. Pur orbirtando nel settore dell’indie pop, qui non c’è alcuna traccia della profondità introspettiva dei Daughter, non c’è la voluttuosa esoticità degli ultimi The xx. Persino il soporifero formalismo dei London Grammar risulterebbe più accattivante. Non c’è minimalismo che tenga, poiché tutto ciò che “Ultralife” riesce ad offrire è un anonimo e fastidioso sottofondo di note che ha la sfrontatezza di molestarci per ben tre quarti d’ora. Se proprio “vi piace” ascoltare musica di questo genere, passate una giornata a girovagare per i reparti di Zara e H&M. Quantomeno è gratis. – Marco Belafatti


Riverdogs
California

Hard Rock, Frontiers

L’highlight
The Revolution Starts Tonight

Per chi apprezza
Essere outsider di qualità

Volete dell’Hard Rock anni Novanta? Non quello degli Skid Row, non quello dei Guns N’Roses, ma quello di irriducibili rocker che all’inizio dell’ultimo decennio del Ventesimo Secolo decidono di salvare il salvabile dalla lezione imparata negli anni Ottanta e buttarci valanghe di ispirazioni blues. Vestite di flanella e wiskey del 1984.I Riverdogs sono in giro dal 1989, con loro c’è un certo Vivian Campbell che ha suonato per un certo periodo di tempo con un certo Ronnie James Dio. La qualità c’è, l’effetto revival quanto basta da non risultare fuori tempo massimo. La classe non è acqua, diceva qualcuno. E loro ne hanno parecchia. Puro esempio di band mai troppo sotto i riflettori, ma che potrebbe tirare schiaffi e secchiate di acqua gelida a ben più blasonati nomi che si atteggiano a paladini di sta ceppa. – Andrea Mariano


The Vamps
Night & Day

Pop, Virgin EMI Records

L’highlight
Stay, ma solo perchè è l’ultima

Per chi apprezza
Emulare i film di Bud Spencer

Prendete i One Direction, devirilizzateli di quel poco in loro possesso con sommarie e maldestre modalità e avrete i The Vamps, questa sottospecie di ragazzetti eunuchi patiti di Ed Sheeran e buttati in una professione che non gli compete manco per il cazzo. Ora aggiungeteci delle fottutissime spruzzate di cliché a metà tra l’indie e il tropical house assieme ad una produzione da Baby K, un accenno di Take That sintetizzati e sodomizzati e – voilà – magicamente avrete il loro terzo album in “carriera”, una superba schifomerdata dal titolo inflazionato e dal contenuto distante trenta anni luce da qualsiasi spunto originale. I pezzi in scaletta fanno a gara verso il traguardo dello sbocco, anche se devo ammettere che a mio modesto avviso quell’insulto ai Daft Punk che risponde al nome di “Shades On” superi abbondantemente la concorrenza. Ebbene, andando verso un doveroso sunto, se siete già stufi dell’estate (o della vita in generale) e volete farvi esplodere le vene o (nel caso più sfortunato e inefficace) assicurarvi un coma diabetico, eccovi il modo più ignobile per farla finita. – Giulio Beneventi


Vomitron
Vomitron

Instrumental Metal, Autoproduzione

L’highlight
Chicken Sacrifice

Per chi apprezza
La perizia psichiatrica

I Vomitron sono un branco di cucciolosi idioti. Basta ascoltare “Exploding Metal”, pezzo che sarebbe perfetto per un nuovo Castlevania fino a quando non iniziano a fare le scorregge con la bocca (davvero, quelle degli scherzi della serie “Ehi, lo sai che asganauei?” “Cosa?” “PPRRRRRRR”). Ma li amo anche per questo, perché mandano in vacca un pezzo incredibile e poi si riprendono con cose estremamente d’atmosfera (2884) o cattiveria pura (Frozen in Fire, Fuck Patrol, anche se quest’ultima potrebbe essere tranquillamente una presa per i fondelli del cucciolosissimo cartone animato). Sacrifichiamo un pollo al vicino di SaDana e godiamoci i Vomitron, talmente idioti da mescolare abilità tecnica al non-sense. Come un Jerry Calà in versione punk- Andrea Mariano


Waxahatchee
Out in The Storm

Indie, Merge Records

L’highlight
Shiv… ehm, Silver

Per chi apprezza
La leggiadria e dolcezza di una voce femminile

Dalle tinte in bianco e nero dell’artwork e dal volto della giovane artista dallo sguardo spento sembrerebbe un disco soul. Un disco pieno zeppo di brani ricchi di enfasi ma pesanti da digerire, da ascoltare in autunno quando il clima si fa più mite e le persone si fanno di conseguenza più nostalgiche, accorgendosi di non essere più avvolte dal tepore estivo. Un po’ come fa Adele. Invece il nuovo lavoro degli americani Waxahatchee è un disco che attinge dall’indie e dal pop rock, la cui principale compositrice e front-woman Katie Crutchfield prova a ricalcare nel personaggio una giovane Natalie Imbruglia, ma più alternativa, più indie, più scafata. Intonata e dalla bella voce “Out in the storm” scorre piacevole, ma non ha al suo interno vere hits da classifica. E questo va tutto a suo favore. Certo, “Silver” è un bel pezzo pop rock: soft ed elegantissimo. I brani si dividono a metà tra pezzi veloci e dance (simili ai primi Arcade Fire) ed altro più atmosferici, che mostrano la versione più romantica ed intima della band. Promosso a pieni voti, ma rimandato – paradossalmente – a Settembre, terminato l’ascolto ci si accorge di quanto “Out in the storm” sia un disco palesemente autunnale. “Dunque… va bene, è preparato e siamo sul ventisette. Ma ritorni al prossimo appello per verbalizzare”. – Matteo Galdi


A.A.V.V.
Zeppelin Rock Bar, Vol. 1

Hard Rock, Mighty Music

L’highlight
City of Fire

Per chi apprezza
Gli artisti leggendari

Se Avete una attività commerciale tipo pub, bar o bisca, se non avete voglia di dare i soldi ai soliti #ArtistiLeggendari tramite la Siae che pagate (perché siamo tutti in regola, vero?), recuperatevi questa compilation di Artisti rock che brillano di luce riflessa. I panchinari con qualità ma che non hanno mai spazio a sufficienza. Dei Giovinco del rock, dei Maccarone della chitarra elettrica, gente che poteva fare soldi a palate, ma qualcuno era arrivato prima di loro con la stessa idea e un tocco di carisma in più. Dategli una possibilità e non fate il Claud… il Marcello Lippi interista che non fa giocare Baggio perché gli sta antipatico. – Andrea Mariano

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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