Dischi Che Escono – 18/06/2017

Dieci dischi con cui correre la 24h di Le Mans. (11/06/2017 – 17/06/2017)


Cheap Trick
We’re All Alright!

Hard Rock, Big Machine Records

L’highlight
Radio Lover

Per chi apprezza
La saggezza senile

Quarant’anni di carriera sono davvero tanti. Con questo ultimo lavoro, “We’re All Alright!”, i Cheap Trick potrebbero andare definitivamente in pensione, avendo superato gli anni di contributi necessari. Eppure la band di Tom Peterson e Rick Nielsen sembra non volerne proprio sapere di smettere: era addirittura dal 1980 che non venivano pubblicati due album in due anni consecutivi. Quasi una seconda giovinezza che, vista l’età media molto avanzata per il quartetto, sembra più una crisi di mezza età, ma intesa nella sua accezione positiva: una ritrovata e prorompente energia neanche si avessero 30 anni. Qui invece si sfiorano i 70. Si tratta di un esempio lampante di come il tocco magico non vada via, proprio come dice un italiano detto: “Una volta imparato ad andare in bicicletta, non lo si dimentica più”. E quando hai imparato ad andarci bene, rischi di diventare il Lance Armstrong della situazione: paragone neanche troppo azzardato se inserito nel mondo della musica, quella da “sex, drugs & rock’n’roll”. – Francesco Benvenuto


Com Truise
Iteration

Synth Pop, Ghostly

L’highlight
Ternari

Per chi apprezza
Lo spoonerismo di classe

Terzo full-lenght per Seth Haley (alias Com Truise) che chiude l’avventura sci-fi del sintetico astronauta a zonzo per il cosmo, a sei anni di distanza dall’ultimo “In Decay”. Con unica eccezione della title-track, in gioco anche a questo giro non vi sono delle tracce realmente danzerecce, quanto più delle composizioni adatte ad una meditazione dal ritmo elevato. Cosicché, per la gioia degli appassionati del genere, quella che a prima vista potrebbe apparire come una semplice celebrazione nostalgica dell’era colorata in cui si sbavava copiosamente sulla scritta “Yamaha DX7”, si rivela essere velocemente una vera e propria narrazione in musica di stampo ben più profondo. Morale: se vi siete avvicinati a questo disco unicamente per il geniale gioco di parole che rimanda all’attore di Scientology, avete un culo immenso… vi beccate così dal nulla della nuova synthwave di qualità. E scusate se è poco. – Giulio Beneventi


The Drums
Abysmal Thoughts

Indie Pop, Anti

L’highlight
Il fade-out sull’ultima traccia

Per chi apprezza
Andare in bestia

Questi tizi hanno sempre fatto parte di quella categoria di gruppuscoli indie pop troppo felici. Ingiustificatamente felici. Quei gruppi che del post-punk adottano l’indolenza, del lo-fi adottano la piattezza strumentale, e che poi ci buttano sopra a cazzo voci in ottave alte. Che mi hanno sempre dato la stessa sensazione di incontrollabile fastidio che suscitano gli individui palesemente senza argomenti, che però affrontano i dialoghi con immotivati sorrisi beffardi. Gli Abysmal Thoughts dei Drums danno vita comprensibilmente un Abysmal Album, una boiata concettuale poi concretizzata, suonata e prodotta con uno sconcertante atteggiamento da “ma si vabbè”. Come se alla fine a chi ascolta non bisogna poi rendere conto più di tanto. Dovrebbe essere un disco allegro e motivante, a me ha suscitato una violenza inenarrabile e la voglia spasmodica di comprarne un supporto fisico per farlo minuziosamente a pezzi. – Riccardo Coppola


Hidden Orchestra
Dawn Chorus

IDM, Tru Thoughts

L’highlight
Alyth

Per chi apprezza
I suoni della natura

Senza parole. Così sono rimasto nell’ascoltare il nuovo lavoro dell’orchestra immaginaria, la Hidden Orchestra, del compositore e produttore Joe Acheson. E di certo non potrebbe essere altrimenti, visto che si tratta di un album strumentale, privo di qualsivoglia traccia vocale, che ti rapisce grazie alle sue trame ipnotiche. Un’opera dal forte tratto nostalgico che tende a raccontare le infinte alterazioni dell’ego, ricorrendo a delicati intermezzi di violino alternati ad ancor più soavi pizzichi d’arpa; si riescono a percepire innumerevoli emozioni, le quali generano una climax crescente dall’esito quasi imprevisto: si va dalla liberazione da chissà quale angoscia, passando per momenti di intensa sofferenza, concludendo il cammino con uno sfumato che lascia tutto alla fervida immaginazione di chi ascolta. “Dawn Chorus”, questo il titolo dell’opera della Hidden Orchestra, è un’esperienza di vita che va vissuta con di fianco un bel calice del miglior vino disponibile, così da attivare anche il senso del gusto e godere a pieno di questo incantevole lavoro. – Francesco Benvenuto


Maruego
Tra Zenit e Nadir

Trap, Carosello

L’highlight
Supernova

Per chi apprezza
Mi fa v(i)olare (l’art. 575 del codice penale)

Caro Maruego, ti scrivo. Ammetto di essere un peccatore e di averti ascoltato con diversi pregiudizi. Mi pento e mi dolgo ed eccetera eccetera. Mi duole però ammettere che non sei riuscito minimamente a smuovermi dalle mie posizioni. E per questo ti odio. Ma come è possibile? Non eri la grande scoperta di mr.Pequeno? Il tuo non doveva essere un disco che “facesse ridere ma anche piangere, emozionare, pensare”? Cristo, era tuo dovere dimostrare che mi sbagliassi. E di brutto. Avevo davvero bisogno che qualcuno del tuo genere mi prendesse a schiaffi con pezzoni in faccia. E invece un cazzo. Un mare di composizioni stantie ed un oceano di svogliate ospitate (Fabri Fibra, Emis Killa, Jake La Furia e molti altri). Ora penso più che mai che il tuo sia un genere del cazzo, complimenti. Per carità, ti concedo il dubbio che sia io ad essere un pagliaccio che non capisce nulla di musica, ma sebbene mi sia reso conto che i tuoi flow siano tiepidamente migliori della media e quel trionfo di epifore e anafore à la Wacka Flocka non sia sempre da buttare via, ti comunico che ho desiderato il tuo sangue dopo aver sentito quella cazzata al sapore di autotune di “1000 problemi”. Nulla di personale, eh. Comunque, ho letto che hai già un altro disco pronto, con altro materiale inedito. Ottimo, ti aspetto ancora per quello. Se fa di nuovo pena, temo che io e te avremo qualche problemino, amico mio. – Giulio Beneventi


Marco Mengoni
Onde EP

ElettroPop, Sony

L’highlight
Onde (Filatov & Karas Remix)

Per chi apprezza
Le sfide all’ultimo sangue

Siete dei piccoli Barney Stinson? Amate rispondere a qualsiasi impresa con uno sbruffone “Challenge accepted”, pensando che finisca sempre bene? Meraviglioso, ho pronto per voi il duello del secolo. Signori, ecco a voi l’ultimo EP del buon Mengoni. Nulla di fatale, non preoccupatevi. Si tratta solo di una merdosissima accozzaglia di remix griffati dello stesso pezzaccio (“Onde”), già pubblicato nel disco Marco Mengoni Live. Dai tranquilli, non ci sono solo patetiche copia carbone degli standard di Avicii (Sondr Remix). Del resto, in Svezia lo hanno posizionato primo nella playlist “Deep House”. Qualcosa di positivo ci sarà, no? Perfetto, siete pronti. Andate fratelli miei, belli convinti e premete play. Ah, solo una cosa: declino ogni responsabilità per questo (sadico, lo so) esperimento. Non voglio essere accusato anche di istigazione al suicidio, quando non riuscirete più a risentire per la quinta volta quel cazzo di incipit “Ho provato a guardare il mondo”. Solo piccole precauzioni, non fatevi intimidire. Ciao grandi, in culo alla balena. E che Dio possa averci in gloria, quando ci ritroveremo tutti a cavalcare col sole sulla faccia, nelle verdi praterie dei Campi Elisi. – Giulio Beneventi


Moby
More Fast Songs About the Apocalypse

Elettronica, Mute Records

L’highlight
In This Cold Place

Per chi apprezza
Darci dentro

“A coloro che potrebbero essere interessati, l’artista Moby, che è vecchio e triste, sta pubblicando il secondo album scritto con il Void Pacific Choir – apparentemente si chiama More Fast Songs About the Apocalypse”. E niente, dal nulla più completo, senza promozione o singoli anticipatori, Moby se ne esce così, con un comunicato fake di presentazione in una fantomatica Casa Bianca e un nuovo album, completamente gratuito (scaricabile a questo link) e terribilmente cazzuto. Vi dico la verità, era da un bel pezzo che non sentivo il pelatone newyorchese così tosto. E invece questa volta, a cinquantun’anni suonati, parte subito a mille, manco fosse un nuovo dissing con Eminem, caldo come il fuoco, e si spara con nonchalance una stoccata diretta di nove tracce incandescenti che affaticano il respiro e che, nel loro coinvolgimento da party selvaggio, a tratti ricordano il puro spirito techno di Animal Rights. Io non ho assolutamente nulla da dire, se non scuotere la testa a ritmo e pensar tra me e me… me cojoni. – Giulio Beneventi


Kevin Corby
City Songs

Cantautorato, Dead Oceans

L’highlight
Dry Your Eyes

Per chi apprezza
Il servizio in camera

Più che City Music, quest’album povrebbe chiamarsi Hotel Music: Kevin Morby arriva al quarto album da solista, a nemmeno trent’anni, costruendo un convincente canzoniere di quelle che sembrano desolate e solitarie canzoni da camera d’albergo, composte stancamente tra un piantino e una sigaretta fumata sporti dalla finestra. Morby riempie i suoi testi di citazioni di città che l’hanno forgiato, di parole d’amore pigre e dalla poetica vagamente decadente (“Ain’t got no friend / in a world so big […] Oh, I love her / And she loves mee too”) vocalizzandole nel folk-crooning di un Cave meno dannato. E se qualche episodio (come paradossalmente la title track debolissima) annoia un po’, nel complesso resta un viaggio che val la pena intraprendere. – Riccardo Coppola


Nickelback
Feed The Machine

Hard Rock, BMG

L’highlight
The Betrayal (Act III)

Per chi apprezza
Sparare sulla croce rossa

Volendo fare un paragone calcistico, i Nickelback sono un po’ il Pepe (Kepler, quello del Real Madrid, non il rispettato Simone) del mondo del rock. Tutti li detestano, tutti ingigantiscono oltremisura i loro demeriti; loro continuano imperterriti con la loro inossidabile formula a tirar comunque su milioncini di dollari. E va bene così per tutti: per loro, che a fine mese sicuramente ci arrivano, per i critici -principalmente da tastiera- che hanno pur sempre bisogno di un comodissimo parafulmine. Poi alla fine i loro album non sono poi nemmeno così ignobili: per lo meno, non sono peggio di altri collettivi post-grunge similmente immobili stilisticamente (qualcuno ha detto Seether, per esempio?) ma su cui le shitstorm arrivano in quantità soltanto moderate. Su “Feed The Machine” i Nickelback sparano un paio di batoste metalliche all’inizio, qualche testo di finezza Keatsiana (“We’re Smoking Dynamite” o similari), velleità da concept cospirazionista a la Muse; poi tornano a loro agio nei pezzini saltellanti da radio-rock canadese, nelle ballatone. Tutto nella norma, tutto -in fondo- anche vagamente divertente. Odiateli, ma responsabilmente. – Riccardo Coppola


Ride
Weather Diaries

Alternative rock/shoegazing, Wichita Recordings

L’highlight
Charm Assault

Per chi apprezza
Windows XP

Un passaggio verso destinazione ignota. Questa è la sensazione che si percepisce nell’ascoltare “Weather Diaries”, ultimo lavoro studio dei Ride. Si tratta di un classicone di matrice inglese, con quel quid di psichedelico che tanto va di moda oggi: distorsioni, riverberi, feedback di chitarre. Insomma c’è il tutto e c’è il niente. Perché non puoi dare un giudizio a due minuti di riverbero in una canzone che ne dura cinque, proprio non puoi. Però nell’altra metà dell’album dove invece è possibile sentire dei componimenti musicali, sembra esserci anche della qualità. “Weather Diaries” a mio avviso potrebbe essere il sottofondo musicale perfetto per lo screensaver di Windows XP, quello con i pesci che nuotavano per lo schermo alla ricerca della libertà. Però si sa: la libertà non esiste. Esiste solo la morte. – Francesco Benvenuto

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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