Dischi Che Escono – 18/06/2018

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Dieci dischi da ascoltare al posto delle telecronache di Piccinini dalla Russia (12/06/2018 – 17/06/2018)


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Thegiornalisti
Felicità Puttana (Singolo)

Pop, Carosello Records

Per chi apprezza
La botta che ci dà

L’highlight
Le botte che daremo

“Destro, sinistro, ritmo, ritmo”. Torna alla ribalta il maschio alpha romano per eccellenza, il principe libero dell’indie pop, il navigato e pluridecorato sommelier della figa Tommy Paradise, pronto a sbancare nuovamente le classifiche con uno schiocco di dita e uno stiloso tattaratata. E come poteva fare ritorno, il vate barbuto, se non surfando tsunami di squirting con una composizione e un video promozionale (la scena dei pesi, solo Oscar) che ricreano perfettamente gli scoperecci anni ’80, dal posterino tattico del vero Vasco alla preparazione stile bomber Huey Lewis, tanto che nel 2079 ve la ritroverete in pole position (da gustare con sole e whisky) nelle compilation a tema assieme a Samantha Fox e i Righeira. Le rime sono intostanti, le sonorità caldissime, l’atmosfera da se-ce-l-hai-mettilo-in-mostra a dir poco da embolo. Tempo un minuto e mezzo (limite massimo dei vocali umani, altro che dieci) che la si impara alla chitarra e anche quest’agosto si ficca senza problemi. Grazie Tommà, grazie di tutto. Ora sì che può iniziare l’estate 2018. – Giulio Beneventi


Kutso
Manzoni Alieni (singolo)

Indie, Wing/Goodfellas

L’highlight
Beh, Manzoni Alieni, no?

Per chi apprezza
Ammettere che Manzoni era un po’ prolisso

Continua il percorso dei Kutzo, che foneticamente corrisponde a “Cazzo”. Sembra una fesseria, ma mi fracassato sono i coglioni di sentirli annunciare con le storpiature più idiote. Un po’ come Matteo Gabbianelli quando era costretto a studiare Manzoni a scuola. Manzoni Alieni è il secondo singolo che anticipa il nuovo album in via di pubblicazione. Brano orecchiabile, purtroppo troppo breve, poteva essere sviluppato maggiormente. Peccato, perché prende sin dalle prime note. La curiosità di ascoltare il nuovo disco, tuttavia, rimane. Daje Matté, me fido di te (e ti debbo ancora delle bottiglie di Montepulciano che ti promisi anni fa). – Andrea Mariano


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Mike Shinoda
Post Traumatic

Pop, Warner

L’highlight
Watching As I Fall

Per chi apprezza
Elaborare e rielaborarsi

Nell’immediato aftermath dal suicidio di Chester Bennington, lo storico sodale Mike Shinoda aveva cominciato a cercare l’esorcizzazione del proprio dolore nel posto a lui più congeniale: lo studio di registrazione. Ne era venuto fuori un EP al tempo bollabile come opera estemporanea, che però il musicista ha deciso di arricchire col passare dei mesi, fino a tramutarlo in un intero LP. Post Traumatic è prevedibilissimo nell’essere esattamente ciò che ci si aspetterebbe da Shinoda: una versione stripped down, più da camera e meno da sottopassaggio, dei Fort Minor; per quanto sia triste dirlo, le sue strofe dei vecchi Linkin Park con ritornelli diversi. Ma è un disco onestissimo, dai testi personali e veramente struggenti, con un paio di featuring e di divagazioni elettroniche interessanti, qualche vago barlume di ottimismo (paradossalmente in un brano chiamato “Nothing Makes Sense Anymore”, che dalle tonalità alte si potrebbe maliziosamente immaginare come cucito per il Bennington degli ultimi tempi) e rari momenti in cui si pensa che sulle sedici tracce ci si stia leggermente annacquando. Non male, Shinoda: a fare i cinici, avremmo preferito questo a One More Light. Ma cento volte. – Riccardo Coppola


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The Darkness
Live at Hammersmith

Hard Rock, Cooking Vinyl

L’highlight
Black Shuck, sin dall’alba dei tempi

Per chi apprezza
Le siringate di adrenalina, quelle cazzute

“Gimme a D, gimme a Arkness!”. E giù di tritolo in quel dell’Hammersmith Apollo di Londra. Poco da dire da parte del sottoscritto riguardo la nuova uscita live -la prima ufficiale- di casa Hawkins, se non la conferma da veterano last of our kind che questo gioiellino in violetto fotografa in modo più che onesto la naturale potenza esplosiva degli spettacoli dal vivo della band figlia della Regina (quella boema). Nessun trucco, nessun inganno. Sic est. Già alla doppietta iniziale “Open Fire” – “Love Is Only A Feeling” si vola. Una buona dose di acciaio massiccio è assicurato poi dall’inserimento dei pezzi più caldi (ben 5) del quinto album in promozione, tra cui brillano a sorpresa (?) “Buccaneers Of Hispaniola” e “Japanese Prisoner Of Love”. “Every Inch Of You” l’unica rappresentante del (purtroppo) sempre latitante Hot Cakes e “One Way Ticket” del secondogenito (“Bald” e “Everybody Have A Good Time” d’ora in poi temo resteranno un sogno proibito come una She Goes Down dei Crüe). Il resto solo classici e festaccia. E tanto, tanto sano divertimento. Insomma, un ottimo modo per i fan più pigri di conoscere il lato migliore dei Darkness. Per gli abitué, invece, un gioioso e scottante reminder. Long live ai catsuit – Giulio Beneventi


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Johnny Marr
Call The comet

Alternative/Indie rock, New Voodoo, Warner Bros

L’highlight
Spiral Cities, A Different Gun

Per chi apprezza
Evolversi, senza mai dimenticare il passato

Collaborazioni, apparizioni, progetti durati una manciata d’anni e una breve carriera solista; e anche stavolta il chitarrista del jingle jangle è tornato con stile. Le caratteristiche che accompagnano la sua musica non mancano affatto in quest’ultima fatica solista, ma qui Marr ha deciso di rimodellarsi un po’. “Call the Comet” suona moderno, pieno di idee e un po’ nostalgico: ce ne è per tutti i gusti. Tra le immediate certezze spiccano canzoni la cui centralità sta nel guitar work, come in “Hey Angel”; ma non sempre la chitarra farà da padrona, così da lasciar libera tutta la vena innovativa del disco, tra spiragli psichedelici, post-punk e a volte pieni di brit-pop. C’è meno spazio per i pezzi più catchy, in favore di un sound che aspira ad essere il più variegato possibile. “Bug” spezza l’imponenza del lavoro per lasciar canticchiare qualche minuto. Quello che Marr racconta è un immenso viaggio immaginario, un po’ più completo dei predecessori e mai scontato, che vale senz’altro la pena di intraprendere. – Jacopo Morosini


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The Gaslight Anthem
The ’59 Sound Sessions

Rock, SideOneDummy Records

L’highlight
God’s Gonna Cut You Down

Per chi apprezza
I giovani vecchi

I Gaslight Anthem esordivano nel 2007 e un anno dopo davano alle stampe quello che ancor oggi è considerato il loro assoluto capolavoro, The ’59 Sound: tizi neanche trentenni che suonavano come sessantenni ancora capaci di fare punk-folk-rock, unendo una classe springsteeniana a un orecchio bene aperto alle crescenti tendenze indie. Poi un lento spegnersi delle luci attorno a loro, qualche disco interlocutorio, uno scioglimento nel 2014. Oggi la band di Brian Fallon, lanciato ormai da solista, torna sui palchi e sugli scaffali per celebrare il decennale della loro opera magna, con qualcosa di leggermente diverso dalla tipica reissue ma parimenti inutile: sei demo e tre inediti, tra cui una cover di Johnny Cash che fa sempre bene. E non è il preludio a qualcosa che bolle in pentola, apparentemente: Fallon predica immobilismo, almeno fin quando non avrà per le mani del materiale che gli possa garantire un ritorno sulla scena grandioso come American Idiot (sic!!!). Sarà. Peccato. Perché anche sto breve disco di cazzatine ripescate è veramente bello. – Riccardo Coppola


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Deaf Fish
Lithium Zion

Indie Rock, Sub Pop

L’highlight
Ox

Per chi apprezza
Dire di non essere influenzati dagli Anni ’90 (ma esserlo comunque)

Indie Rock inteso come un tempo, quindi più vicino al Noise piuttosto che quelle nenie rompipalle tutto riverbero e niente arrosto. Una band per cui un giorno di pioggia è da considerarsi meraviglioso. Una band per cui il sole è il nemico da abbattere. Deaf Wish, ovvero desiderio di suicidio. Ottimisti, non credete? Vengono dall’Australia, terra a cui si devono i natali di Ac/Dc e Silverchair. Acidi, distorti e anche storti. Lithium Zion è un mal di testa preponderante, di quelli che neppure una dose da cavallo di Oki può risolvere. E va benissimo così. Rimanere storditi ed affascinati, per chi non è uscito di casa dal 1998 va benissimo così. Potrebbero essere il nuovo gruppo preferito di Cristian Godano e soci. Anzi, quasi quasi è da proporglielo… – Andrea Mariano


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Jenn Champion
Single rider

Pop, Sub Pop

L’highlight
Hustle

Per chi apprezza
Un po’ pop, un po’ indipendente. Un po’.

Carissa’s Wierd, poi S, ora semplicemente Jenn Champion (precedentemente nota col nickname Jenn Ghetto). Parte quindi da un indie intimista e ora approda a un pop, quasi chamber pop, discretamente raffinato, con quell’elettronica che non guasta mai (anche se ogni tanto una virata al beat un po’ dance sfugge al controllo). Incantevole la parte finale dell’album, quasi unicamente voce – piano, davvero evocativa, a tratti emozionante (Bleed, Hustle). Per palati fini, per circoli indie che possono assurgerla come nuovo punto di riferimento, quasi innovativo (seppur innovativo non è, per chi ha ascoltato per anni la scena). L’importante è andare avanti e Jenn l’ha capito. “Single Rider” è un buon album, di certo non tra quelli da mettere sul piatto per fare serata devastante, ma nemmeno di quelle da sfida infinita di burraco. Piuttosto da meditazione, anche per darsi un po’ di arie con gli amici hipster e far ascoltare loro qualcosa di diverso dai soliti “indie”. – Andrea Mariano


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Luluc
Sculptor

Indie Folk, Sub Pop

L’highlight
Heist

Per chi apprezza
La placida quiete di un plaid a giugno

Chi sono io per lanciare nefandezze contro un duo di musica indie folk (facciamo di tutto pur di etichettare la musica con incasellamenti del menga)? L’ultimo degli stronzi? Chi sono io per andare contro a uno dei gruppi preferiti di Aaron Dessner dei The National? Il primo tra gli stronzi? No, e infatti mi aggrego al polistrumentista per fare i complimenti ai Luluc e al loro ultimo album Sculptor. Tiro un ulteriore sospiro di sollievo assolutamente personale poiché a questo giro non ho dovuto profare l’orrore dell’ennesimo ascolto di Trap, ma non divaghiamo: Sculptor è evocativo, estremamente curato, atmosferico (qualsiasi cosa voglia significare, ma rende l’idea). È delicato, avvolgente, di accarezza il viso mentre sul davanzale il tuo sguardo si perde verso l’orizzonte poco dopo l’imbrunire, immerso nei tuoi pensieri. Una messa per se stessi. Un attimo per se stessi. – Andrea Mariano


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Tangents
New Bodies

Elettronica, Temporary Residence

L’highlight
Il piano, ogni nota

Per chi apprezza
La bellezza dell’illeggibilità

Quando cominciai a scrivere di musica la regola ferrea era che ogni nuova uscita andava ascoltata in silenzio ieratico, in camere completamente prive di echi, di fidanzate, citofoni, trilli di messenger. Col passare del tempo mi sono reso conto della necessità di infilare la musica un po’ dove si può, un po’ dove capita: è andata a finire che questo terzo disco dei Tangents, per esempio, mi sono trovato ad ascoltarlo durante una mezz’ora di corsa, mentre apparecchiavo grazie a Runtastic la mia prossima Instagram Story. E che gran scelta del cazzo: New Bodies è uno spettacolo di sonorità martellanti e cupe, da Nosaj Thing che ha scoperto le chitarre vere, da band drum’n’bass che ha scoperto il buon gusto. Con le note di piano, sempre presenti, ad accarezzare i tempi diversi che si intrecciano con l’inesplicabile grazia matematica delle variabili di un integrale doppio. Ho desistito dopo un po’, perché cercavo di stargli dietro e sembrava avessi avuto un infarto. Ho desistito dal correre, chiaro. Per fortuna che le cuffie erano buone. Per diventare Asafa Powell c’è ancora tempo. – Riccardo Coppola

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.

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