Dischi che escono – 20/11/2016

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Nuove pillole musicali per curare il reo tempo (13/11/2016 – 19/11/2016)

 

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Ac/Dc – Solid Gold, Live On Air [Hard Rock, Peacock Records]

Quanto ci manca Bon Scott, un talento della natura che la sua stessa natura ha deciso di abbandonare questo mondo fin troppo presto. Onore e merito a Brian Johnson, che da mero sostituto è riuscito nei decenni a diventarne un’altra icona della band di origini australiane. Tuttavia, chi vuol ritrovare la fresca furia giovanile di quel 4/4 con cui gli Ac/Dc hanno fatto la storia, “Solid Gold – Live On Air” è l’ideale. L’autostrada per l’inferno e altri anthem erano ancora acerbi per prendere posto in un live, e qui si mostrano Angus e soci nell’esatto momento in cui partono per la rincorsa per il salto verso il successo mondiale. Bon Scott solito animale da palco, band conscia delle sue possibilità, concerti di Cleveland (1977) e Boston (1978) adrenalinici. Cosa volete di più? – Andrea Mariano


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Tim Buckley – Wings: The Complete Singles 1966-1974 [Folk Rock, Omnivore Recordings]

Tutti e dieci i singoli della ahinoi breve carriera di Buckley senior, per la prima volta raccolti insieme in una cavalcata progressivamente psichedelica nel suo incedere cronologico, spaziante dalle radici folk morrisoniane e jazzy crooner del tramonto degli anni ’60 alle sperimentazioni crepuscolari e le incursioni proto-classic rock degli ultimi giorni nei tumultuosi Seventies. Aggiungeteci del prezioso materiale mai rilasciato prima d’ora che moltiplica le tracce (assolutamente degna di nota “Once Upon A Time” e “Lady, Give Me Your Key”), foto di magiche ere, interviste con Beckett e avrete una lussuosa occasione per riscoprire (o conoscere per la prima volta, perché no?) il puro talento e la poesia del cantante americano nelle sue molteplici e prolifiche incarnazioni musicali che lo hanno reso nel tempo inderogabile fonte d’ispirazione per il figlio Jeff e per noi tutti. – Giulio Beneventi


DNCE – DNCE [Pop, Republic Records]

Sarà che nel 2015 il mondo intero ha ballato sulle note di “Cake by the Ocean”, sarà la presenza del belloccio Joe Jonas (leader dei defunti Jonas Brothers) dietro al microfono; di fatto, la curiosità per il debutto omonimo dei DNCE era davvero enorme. È cosa nota: fenomeni da barac… ehm, generazionali del calibro di One Direction e Justin Bieber rischiavano di diventare un simpatico ricordo nella memoria sempre più evanescente dei Millennials. Gli stessi Justin e compagni di merende teen pop lo hanno capito a tempo debito, provando a riscattarsi dallo stereotipo da loro stessi creato. Joe Jonas, invece, si è lanciato in una discutibilissima pantomima funk, alla ricerca dell’anthem definitivo che, in questo piattume di idee, non sembra voler arrivare. Viene quasi voglia di rivalutare i The Kolors… – Marco Belafatti


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Ligabue – Made In Italy [Pop Rock, Zoo Aperto]

Preceduto dai singoli “G come Giungla” e “Made in Italy”, l’ultima fatica del cantante emiliano viene da lui stesso presentata come Concept Album. Trattasi della storia di “Riko”, quasi cinquantenne, nel bel mezzo di una crisi esistenziale. Dal passato sentimentale fallimentare, perennemente fuoritempo rispetto ai ritmi di una società fredda che corre troppo veloce. Le premesse per un buon album ci sono, ma sfortunatamente l’obiettivo non viene centrato in pieno. Le musiche rievocano gli echi di fasti passati, promettendo emozioni che non vengono però trasmesse attraverso i testi, che mancano di mordente e ripetono, stancamente, i concetti di amore, lavoro e politica trattati da troppi anni nello stesso modo. Se gli perdoniamo il mash-up AC/DC + Queen nel brano “La vita facile”? No. – Carla Marras


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Maschine – Naturalis [Prog Rock/Metal, InsideOut]

Il titolo non tragga in inganno: il progressive rock (molto spesso tendente a un dreamtheateriano prog metallo) della band di Luke Machin è quanto di più artificiale, cibernetico e postmoderno possa immaginarsi. L’alternanza tra voce femminile e maschile lascia all’album i connotati grandiosi della prog opera in stile Ayreon, lo stile sgraziato del chitarrista/vocalist (indubbiamente più bravo con le corde d’acciaio che con quelle vocali) porta immediatamente alla mente il giovane Daniel Gildenlow dei primissimi Pain of Salvation, dai quali la band non è particolarmente distante nemmeno in termini di stile. Un’uscita senz’altro molto più coesa e godibile dell’ancora tremendamente acerbo album d’esordio, ma fin troppo dipendente dagli stilemi più logori del genere per poter lasciare un’impronta in un catalogo già pieno di gioielli come quello InsideOut. – Riccardo Coppola


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Meller Gołyźniak Duda – Breaking Habits [Alternative Rock, Rockserwis]

Fuori dalle abitudini, dalla comfortzone della produzione vellutata e dei tappeti sonori di tastiere che rendono tutto più bello. Mariusz Duda, leader dei Riverside e già affermato solista con il progetto Lunatic Soul, torna curiosamente alle radici di un rock più grezzo e immediato, formando un power trio con Maciej Meller (chitarre) e Maciej Gołyźniak (batteria), già attivissimi nell’ambiente rock polacco. Il risultato è spontaneo, genuino, godibile, se si toglie l’unico scivolone dello svogliato singolo “Shapeshifter”: si passa con agilità dal grungettone in pieno stile Soundgarden dell’opener, al crooning bluesy di “Feet On The Desk”, all’oscura gloria strumentale della title track. E sul fondo, con “Floating Over”, anche una cara vecchia godereccia suite prog. – Riccardo Coppola


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Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – A Little Something More From [Folk Rock, Bottleneck Music Limited]

Barba rossa da competizione, tatuaggi iconici, cinturone, stivali di pelle. Un tipo come Nathaniel Rateliff sembra nato per suonare un solo genere: il folk della sua America, fatta di orizzonti sconfinati, di strade senza sosta. Un cantore di polvere e sudore, di lacrime e gioie, con la wilderness del Midwest impressa nel cuore. Avvistati dal vivo anche in Italia in compagnia degli amici Mumford & Sons, Nathaniel Rateliff & The Night Sweats tornano ad un anno dall’uscita del debut con un EP di materiale extra che aggiunge ben poco a quanto detto finora. Nelle otto tracce proposte la tradizione a stelle e strisce non viene “imbastardita” come nella “Wilder Mind” di Mumford, ma continua ad essere omaggiata a suon di malinconiche epopee blues, riffoni ignoranti e gloriose esplosioni di cori. Ce li immaginiamo sul palco a fare scintille insieme a Bruce Springsteen, magari sulle note di “What I Need”: puro, tradizionalissimo spettacolo Made in USA. – Marco Belafatti


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Sixx: A.M. – Prayers For The Blessed, Vol. 2 [Hard Rock, Eleven Seven Music]

Definitivamente seppelliti i Crüe, Nikki Sixx ha finalmente tempo e modo per dedicarsi appieno alla sua creatura parallela, nata come progetto “solista” basato sulle sue allegre esperienze da tossico e da tempo ormai evolutasi a vera e propria band di nobile rango. Se fino al terzo disco l’autonoma ratio era ancora un target da inseguire, con questa seconda metà del quarto maxi-appuntamento discografico (che segue il primo volume uscito in aprile “Prayers For the Damned”) l’identità personale si può dire pienamente raggiunta. Evitando di fare gli sboroni da doppio album, la tamarria avanzata al primo giro è tutta racchiusa e concentrata in tracce di hard rock roccioso molto più coinvolgenti, che lasciano mezzo respiro soltanto nella pazza ma riuscita rivisitazione di “Without You” dei Badfinger e nei fraseggi strumentali di un Dj Ashba che cerca di stare dietro alle parti tapping di Nuno Bettencourt. E finalmente il bad boy boogie torna a rotolare, nel lavoro più sincero e onesto di Sixx da tanti anni a questa parte. – Giulio Beneventi


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Soundgarden – Badmotorfinger 25th Anniversary Deluxe Edition [Grunge, Universal Music / A&M]

A stretto giro di posta dalla release celebrativa per il ventennale di Superunknown (nel 2014) la band di Seattle festeggia i 25 anni dell’altrettanto storico predecessore Badmotorfinger. Un’edizione come da tradizione enorme, che affianca all’album originale una serie di outtakes tremendamente raw dallo studio, il mixing in blu-ray 5.1, una release in DVD di Motorvision (prima d’ora affidato ai soli nastri di VHS) e un doppio CD+DVD contenente un ulteriore live al Paramount Theater. Il materiale bonus tuttavia non è poi così succulento quanto il maestoso boxset che lo contiene: le bonus track sono già pubblicate altrove (anche la notevole Black Rain, apparsa prima d’ora su Telephantasm), e le demo possono suscitare ben poco interesse anche ai più affezionati. Ma per chi voglia vedere un nuovo totem di cartone sul proprio scaffale, o un Chris Cornell pre-imborghesimento che si dimena come un cobra sul proprio schermo, può valer la pena di rompere il porcellino e farsi un costosissimo regalo natalizio. – Riccardo Coppola


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Thee Oh Sees – An Odd Entrances [Psychedelic Rock, NPR]

Una band arrivata quasi ai vent’anni di attività, alla quale degli esordi garage sono rimasti soltanto alcuni riverberi, soltanto alcune attitudini alle sovrapposizioni di voci in coretti dinoccolati. Con questo mini-album, prosecuzione di A Weirds Exits in una logica già sottosopra fin dai titoli, i Thee Oh Sees si spingono nella psichedelia immateriale, nel rumore ottundente e nella disintegrazione della forma canzone -con gusto prettamente psych- in quello che sembra l’esito di una stanca jam session. Ottime citazioni (il feeling da industria metalmeccanica di One Of These Days, le vacanze silvane sotto LSD del flauto dei King Crimson) non bastano però, almeno non sempre, a far fare ad An Odd Entrances il salto da perfetto saggio di stile a disco del tutto godibile. – Riccardo Coppola

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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