Dischi Che Escono – 20/08/2017

Una colonna sonora per i vostri futuri spoiler. (13/08/2017 – 19/08/2017)


Avicii
AVĪCI (01)

EDM, Avicii Music

L’highlight
Without You (feat. Sandro Cavazza)

Per chi apprezza
Avicii

Non lo nascondo: se c’é una cosa che amo nella vita è correre al fresco del mattino con Avicii nelle cuffie. Sì, Avicii mi fa volare e scorrere l’adrenalina dentro in maniera possente. Ve lo comunico, così siete al corrente della credibilità di chi vi parla del nuovo extended play del mr. dj svedese -il primo di una trilogia di EP che andrà a comporre il nuovo album in arrivo- e potete regolarvi di conseguenza. Quello che le mie orecchie avvertono ascoltando le sei nuove tracce è la “solita” quintessenza di Bergling, ossia stoccate acustiche seguite da synth progressive house belli pompati ed enfasi sulla melodia e sulle liriche tese all’emotività. Forse ogni virgola non è esageratamente graffiante, non troppo “potente”, eccezion fatta per la sola cazzuta “Without You”. Ma hey brothers, andate tranquilli: se vi piace il buon Timmy, troverete comunque sicuramente tutto molto interessante. Se invece non vi garba, inutile dirvi cosa potrete pensare di esso. Ma sono certo che in tal caso l’avvertenza in apertura vi avrà tenuto lontano dalla fine di queste poco oneste battute. – Giulio Beneventi


BIRDS
Everything All At Once

Pop Rock, Greenway Records

L’highlight
I can’t wait

Per chi apprezza
Essere sempre in ritardo

Bello, interessante, con spunti mica male questo “Everything All At Once”. C’è qualcosa di addirittura vagamente avantgarde e al tempo stesso retrò. Se fosse stato realizzato 35 anni fa. È un album godibile, ideale per le proprie allucinazioni causa caldo augusto mentre si gusta una granita al limone o un ghiacciolo al limone. O un limone ghiacciato. Le atmosfere così anni ’70, così da strascico post Summer of Love sono un perfetto e piacevole sottofondo durante il vostro indaffararsi non troppo impegnato. Straniante proprio per questo, affascinante proprio per questo, di certo non tutti i palati lo apprezzaranno, men che meno così tanti padiglioni auricolari. Approcciatelo nella giusta maniera e ne ricaverete qualcosa di buono, altrimenti prendete il vostro bel pc, andate su Google e cercate “GOT s07e07”. – Andrea Mariano


Drum
Gold Class

Post-Punk, Felte

L’highlight
Rose Blind

Per chi apprezza
Non sperare che le cose cambino

Con un pizzico di ingiustificata boria, il frontman di questi Drum, tale Adam Curley, definisce la sua band come “primitiva, fisica, immediata. Il battito del tuo cuore. Qualcosa che viene dal passato, ma che porta con sé qualcosa dal futuro”. Ora, Adam: a me non piace passare da un estremo all’altro. Quando Philip K. Dick scriveva Blade Runner erano tutti convinti che nel 2000 saremmo andati in giro su macchine volanti. Ci pensi a quanto sarebbe stato bello? E invece no, siamo tutti ancora fuori a respirare gasolio imbottigliati nel traffico non-volante. Capisco che questa -come tante altre cose- dovrebbero spingerci a stare cauti con le previsioni, ma davvero vuoi che il post-punk sia il genere del futuro? Coi chitarroni sferraglianti scordati e la voce alla Ian Curtis caricata prima di ogni strofa, le ritmiche ossessive, la canzone d’amore slavata nel mezzo del disco? Non pensi che tra Franz Ferdinand, Editors e mille altri ci sia un presente già sufficiente a esaurire il genere? Vuoi lasciare ai tuoi figli un mondo in cui si continua a scimmiottare Ian Curtis? Riflettici un altro poco. Il disco comunque non è niente male. – Riccardo Coppola


Eluveitie
Evocation II – Pantheon

Pagan Folk, Nuclear Blast

L’highlight
Artio

Per chi apprezza
Le verdi lande irlandesi e le loro antiche tradizioni

Dove eravamo rimasti con gli Eluveitie? Ah già, la folk metal band più amata in Europa sembrava ormai prossima al collasso dopo l’abbandono di Merlin Sutter, Ivo Henzi e Anna Murphy (ritrovatisi poi sotto il nome di Cellar Darling). Pare invece che gli svizzeri non si siano persi d’animo e, nel giro di pochi mesi, abbiano dato alle stampe l’attesa seconda parte di “Evocation”, album acustico del 2009. “Pantheon”, a differenza del suo predecessore, conferma la maturità dell’ensemble, che ora suona credibile anche in questa versione, e forse ancor più sincero di quando è alle prese con chitarre elettriche, batterie e growl. Anche l’innesto della nuova vocalist Fabienne Erni – qui protagonista assoluta, come nella meravigliosa ballad “Artio” – infonde una piacevole nota di malinconia e dolcezza a brani che sanno di magia, nebbie ancestrali e gesta gloriose. Per quanto riguarda melodie e rimandi culturali, l’incanto è assicurato – se siete amanti del pagan folk. Se non lo siete, potete anche passare oltre, ma sappiate che vi state perdendo un disco coinvolgente nella sua fiabesca delicatezza. – Marco Belafatti


Everything Everything
A Fever Dream

Indie pop, Sony

L’highlight
Big Game

Per chi apprezza
La playlist ‘allenamento indie’ di Spotify

Ogni tanto c’è del buono (dai, del discreto) anche nell’indie: gli everything everything non spostano nessun equilibrio ma il loro inoffensivo mix di elettroniche e chitarre poco convinte non è nemmeno (non sempre) molesto. Certo, ci sono fasi con falsetti immondamente acuti che fanno sembrare Adam Levine un nuovo Leonard Cohen, ma a sprazzi si trova anche qualche godibile balordata rock piena di fuzz che fa pensare di star ascoltando i Royal Blood. Buono per una lasciva evasione pop estiva. Una botta e via. – Riccardo Coppola


Grizzly Bear
Painted Ruins

Dream Pop, Slumberland/Grey Market

L’highlight
Three Rings

Per chi apprezza
L’indie anomalo

Quando ho messo in riproduzione l’intero nuovo album dei Grizzly Bear, dopo essermi fatto sedurre dal bellissimo singolo (Three Rings) pubblicato qualche settimana fa, sono stato fortemente spiazzato. Non sapevo se fosse un disco molto lento dei Tame Impala, una variante molto lenta delle divagazioni elettroniche di Josh Homme, o un upload su YouTube rallentata per non farsi sgamare dai bot anti-copyright infringement. Non era nessuna delle tre: i cari orsacchiotti, al loro quinto album e a cinque anni dal precedente, si sono immersi in un alternative imbevuto di elettronica, in cui le chitarre smettono d’essere il pavimento dell’infrastruttura sonora per diventare più una carta da parati di classe, una guarnizione sapientemente centellinata. L’impatto, come detto, è strano, ma Painted Ruins -tra richiami di un’estetica alla Phil Collins e similutidini con la svolta psych degli scomparsi Midlake- ha decisamente tanto da dire e da dare, gratificando notevolmente l’ascolto attento e ripetuto. – Riccardo Coppola


James Heather
How Do You Spell Heaven

Ambient, Ninja Tune

L’highlight
Empire Sounds

Per chi apprezza
L’innata empatia dei tasti d’avorio

Il canale che dovete aprire, qualora cercaste James Heather su YouTube, è il secondo: il primo appartiene in realtà ad una drag queen ceca curiosamente omonima. Ora che vi ho messi in guardia, quel canale cercatelo veramente, oppure cercate James Heather su Spotify, o comunque segnatevi il nome di questo pianista, su cui non a caso ha messo le mani la Ninja Tune, non esattamente l’etichetta di mio cuggino. Stories From Far Away on Piano è un album straziante nella sua malinconica dolcezza, composto da Heather per raccontare storie di immane tristezza con la levità che solo i tasti d’avorio possono garantire. E mentre l’artista prende come “ispirazione” i campi di concentramento, gli attacchi di Parigi, un proprio incidente quasi mortale in auto, le sue note finiscono per fare ciò che la buona musica dovrebbe fare sempre: empatizzare, sodalizzare, legarsi con chi ascolta, diventare colonna sonora dei suoi attuali feelings. Non sarà assolutamente un disco estivo, ma veramente: appena finite con Voglio ballare con te, dategli una chance. – Riccardo Coppola


Möbius Strip
Möbius Strip

Jazz Rock, Musea Records

L’highlight
Andalucia

Per chi apprezza
Il jazz da soft porn un po’ più accessibile

Sono giovani questi ragazzi provenienti da Sora. Impegnativa la proposta musicale di questo loro primo lavoro. Loro lo chiamano Jazz Rock, noi preferiamo chiamarlo Jazz accessibile con spunti interessanti per il futuro. Perché questo Möbius Strip ha un unico grande difetto: la durata dei brani. Otto minuti in media, troppi per una varietà compositiva ancora acerba. Come già accennato, tuttavia, ci sono spunti interessanti, che uniscono per l’appunto le sonorità Jazz con una semplicità sonora e compositiva che permette dun ascolto più fluido anche a chi è estraneo al genere, e un esempio lampante è proprio “Andalucia”: non un capolavoro, ma ottimo preludio per un futuro lavoro forse maggiormente coriaceo e convincente (e buono anche per l’intimità col proprio partner, caratteristica imprescindibile per il sottoscritto per scindere il buon jazz da quello insulso). Siamo onesti fino in fondo e diciamo che “Möbius Strip” è una prima prova altalenante, ma che ha dalla sua il mostrare capacità che devono solo trovare completa maturazione. – Andrea Mariano


Rainer Maria
S/T

Indie Rock, Polyvinyl

L’highlight
Forest Mattress

Per chi apprezza
Le second coming che contano

Scioltisi dopo la chiusura della sanguinolenta stagione emo e i tristi ricordi in apertura di gentaglia che puzzava ancora di latte come i Coheed And Cambria, ritroviamo il trio del Wisconsin dopo undici anni alle prese con nove nuove tracce che sorprendono per la loro naturalezza. Trattasi nello specifico di un prodotto ben ideato ed eseguito, la cui scelta stilistica -senza discostarsi enormemente da Long Knives Drawn- tralascia in gran parte l’elemento pop per guardare con sicurezza verso le distorsioni proprie del post rock e del grunge, raggiungendo buoni livelli nel fuoco di apertura di “Broke Open Love” (gran lavoro di basso) e la delicata aggressività (qualcuno direbbe quiet riot) di “Forest Mattress”. L’omogeneità e la mancanza di cali di intensità assicurano poi il risultato del ritorno di stile. Consigliato. – Giulio Beneventi


Thy Art is Murder
Dear Desolation

Deathcore, Nuclear Blast

L’highlight
Dear Desolation

Per chi apprezza
Il metal moderno, di matrice americana/australiana

E così anche Agosto finisce per regalarci una buona dose di deathcore metal, growl cattivissimi ed una doppiacassa che arriva dritta alla bocca dello stomaco, per far digerire i cenoni e grigliate di ferragosto. Pare giusto: perchè un genere tanto versatile dovrebbe farsi da parte proprio nel periodo più spensierato dell’anno? Gli australiani Thy Art Is Murder, veneratissimi in ambito extreme metal (apprezzati sopratutto nel nuovo continente) tornano così con “Dear desolation”. Bello vedere come nella band ci sia sempre un buon clima sereno, dal 2006 hanno cambiato formazione più volte dell’inter. Almeno il cantante – membro fondatore – McMahon ha ritrovato la propria collocazione all’interno della band, prima per pochi show come special guest, infine annuncia il ritorno in pianta stabile dopo un umilissimo “Dobbiamo celebrare il mio ritorno, con i miei fratelli conquistiamo il mondo”. Non proprio: “Dear desolation” diverte, nulla più. Bella la title track e giusto un paio di bei riff. Il drumming è interessante – sicuramente più del lavoro svolto dalle chitarre – in “The son of misery”, talvolta i brani sembrano quasi annoiare (“The final curtain”). Brani veloci e di impatto, di breve durata, incisivi solo nell’istante in cui si lasciano ascoltare. – Matteo Galdi

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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