Dischi Che Escono – 21/01/2018

 

Dieci album da suonare alla festa di fidanzamento di Ed Sheeran. (14/01/2018 – 20/01/2018)


Sfera Ebbasta
Rockstar

Trap, Def Jam/Universal

L’highlight
Cosa vuol dire?

Per chi apprezza
Recensire il proprio cervello

Io mica mi lamento. Ieri avevamo la tecktonik, oggi c’è questa cosa creata da sedicenni per sedicenni (o sedicenti tali) che siam soliti ormai chiamar “trap”. Quindi va bene così. Tanto di cappello, poi, per chi come questa variante algerina di Pennywise (cit.) riesce a fottere il sistema e a farsi i big money con “dischi” basati su arrangiamenti e beat ad minchiam, melodie inesistenti e rime da mentecatto fumato – quindi figo (“Ora siamo sulle stelle / coi tatuaggi sulla pelle”, “La macchina su cui mi portano, fra’, non ha il tett / la tipa che ti sei portato, fra’, non ha le tett”). Cretini gli altri che si segano su questo immaginario tossico e si fanno la coda al freddo fuori dalla Feltrinelli per avere un autografo a pagamento su cui segarsi ancor più disorganicamente. Anzi, vi dirò di più. Prima che questa ennesima inutile moda passi e le teste di cazzo si (ri)scoprano teste di cazzo, ci provo pure io. Non sarà facile, ma vale la pena provarci e tirare su qualcosa. [Millisecondo di preparazione e ispirazione catarticamente poetica].
“Ciao frate, quanti soldi che c’ho
(x24)
Minchia fra’ guarda quanti iPhone!
Prima ero povero
Ma ora NOH NOH!!”
Fuori il cash. – Giulio Beneventi


Fall Out Boy
Mania

Pop, Island

L’highlight
Champion

Per chi apprezza
Gli acuti (non qualitativamente parlando)

I Maroon 5 e gli Imagine Dragons si sono seduti a un tavolo e hanno studiato le migliori mosse per conquistare le cime delle classifiche: questa la migliore descrizione possibile per Mania, album che vede i Fall Out Boy sedotti dalle logiche del pumped pop e riempire i propri ritornelli – Ballabili e mainstream già in passato, per carità – di ritmiche dub e di bassi emessi da casse belle grosse. Canzonacce da classifica spesso mal fatte e trascurabili; val la pena soltanto dare un ascolto alla opener, dove affidandosi probabilmente a un produttore di Paperopoli Patrick Stump alza di due ottave la sua voce già insopportabilmente stridula. – Riccardo Coppola


First Aid Kit
Ruins

Folk, Columbia

L’highlight
Fireworks

Per chi apprezza
L’Americana al femminile senza troppa fantasia

Le sorelline Johanna e Klara Söderberg si devono essere tolte qualche piccola soddisfazione, dall’uscita dell’acclamato “The Lion’s Roar”. Ora che sono conosciute – e, giustamente, apprezzate – non solo nella natìa Svezia, ma anche e soprattutto in quegli Stati Uniti d’America che da sempre le affascinano e le influenzano, ora che il contratto con la Sony è un porto sicuro, le First Aid Kit si trovano a dover scendere a compromessi. E a farne le spese è proprio la loro autenticità artistica. Non voglio sentenziare che “Ruins” sia un album da buttare: il folk pop del duo diventa con gli anni sempre più caldo, avvolgente, materno. Ci sono le potenzialità per piacere a chi sta in fissa con le atmosfere retrò (“Postcard”, “Fireworks”); ci sono gli anthem da concerto (“It’s a Shame”); ci sono i brani struggenti, dalla composizione intrigante (“Rebel Heart”, “Nothing Has To Be True”). Tutti pregi evidenti della crescita del progetto. Quello che manca, semplicemente, è la capacità di uscire dal coro, che è sempre stata una peculiarità delle First AId Kit. L’Americana di “Ruins” non è più sfumatura ma colonna portante che schiaccia sotto il suo peso l’anima esoterica e il fascino notturno di un capolavoro come “The Lion’s Roar”. Di musica simile se ne sente veramente tanta di questi tempi ed è davvero difficile distinguere “Ruins” in mezzo al marasma. Come direbbero loro, “I know it’s a shame, I know it’s a shame“… – Marco Belafatti


Glen Hansard
Between Two Shores

Indie/Folk, Anti-Records

L’highlight
Movin’ On

Per chi apprezza
Il rutilismo

“Roscio tuo, chiuso” urlerebbero a Roma alla vista di Glen Hansard, il tipico ragazzo irlandese dalla chioma rossa e dallla barba altrettanto colorata. Un urlo al quale farebbe seguito un poderoso pugno sulla spalla da parte del vostro amico fisicamente più vicino: un gioco infantile, inutile, non divertente, partorito da chissà quale mente malata, ma ancora in voga tra quelli della classe ’93/’94. Ma in questa circostanza, piuttosto che alla spalla di qualcuno, il pugno lo tirerei alla scrivania per poi urlare “Cazzo, Glen Hansard è popo bravo.”. Perché sì. Perché nonostante Between Two Shores sia ciò che ci aspetta da Glen Hansard, non ricade mai nel banale: Glen Hansard è questo, prendere o lasciare. E questo è tanto, tanto bello. Un misto di ballate e lacrimoni, in grado di generare farfalle nello stomaco, come quelle che si hanno alla vista di una bella fig…ura. Un album più da ascoltare che da raccontare, perché, come generalmente si dice, la bellezza è soggettiva, ma nonostante la soggettività della stessa, è oggettivamente assicurato il rischio di commuoversi. – Francesco Benvenuto


Belle & Sebastian
How to Solve Our Human Problems part 2 (EP)

Indie, Matador

L’highlight
The Same Star

Per chi apprezza
Gli stillicidi

Dissi già in occasione del primo capitolo di questa trilogia, che i Belle & Sebastian forse non li ho capiti a sufficienza: credo, a questo punto, che non li capirò mai. Eppure i primi due pezzi di questo minialbum sono anche discreti: esplosioni vintage e allegrotte di basso, nella prima; una buona ballad d’amore la seconda, affidata a vocalizzi femminei che sanno di Laytron. Poi, il disastro, a cominciare da una serie di sonorità perfette per scene di sesso di film anni ottanta, di quelli con petti molto villosi che emergevano da maglioni molto sgargianti. Per fortuna, come ho appreso mio malgrado negli ultimi anni, una estrazione è molto meglio di una devitalizzazione: dieci minuti, un po’ di scuotimenti delle ossa del cranio, ed è finito tutto. Ed è così anche per questo nuovo capitolo : gli zelanti Belle & Sebastian hanno a cuore le loro vittime e scelgono di limitare il tutto a sole cinque tracce. Bravi. Grazie. Però degli anestetici prima di iniziare farebbero comunque bene. – Riccardo Coppola


Giorgia
Oronero Live

Pop, Microphonica

L’highlight
Rimarcare ogni volta che dal vivo Giorgia è meglio che in studio

Per chi apprezza
Llive buoni ma che non hanno senso in ‘sto formato

Questa cosa delle “Deluxe Edition” o dei “Tour Edition” degli album già pubblicati è sfuggita di mano. Soprattutto, è un fenomeno tutto italiano. Perché diavolo non immettere sul mercato semplicemente un live album tradizionale? Perché se io sono fan di Giorgia e ho già “Oronero”, se mi interessa acquistare un suo live album, perché diavolo devo essere costretto a comprare un doppione? Perché questo Oronero Live ha per l’appunto un primo ciddì con due inediti (“Come Neve” feat. Mengoni – ma sarebbe stato meglio Mangoni -, e “Chiamami Tu” – ci ho provato ma ho trovato occupato) e 13 tracce dal vivo tratte dall’ultimo tour che rimarcano ancora una volta come le composizioni siano nettamente migliori delle loro controparti in studio. Il secondo ciddì, invece, è proprio “Oronero” come lo conoscete. Bah. Case discografiche, tornate a scindere album live da album studio. Perché ‘sto connubio qua mica funziona, eh. – Andrea Mariano


Mudhoney
LIE (Live in Europe)

Grunge, Sub Pop

L’highlight
Suck You Dry

Per chi apprezza
I live ufficiali in qualità bootleg A+

Mudhoney = Grunge. Anzi, di più. Senza di loro parte della cultura Grunge non esisterebbe. Per la precisione, quella parte che si rifaceva all’anima punk, enormemente caciarona, a cui importava avere giusto un paio di amplificatori, una batteria e un luogo dove suonare. LIE (Live In Europe) trasmette tutto ciò, ci catapulta direttamente a metà anni ’80, nella periferia della provincia americana, lontani dai lustrini dei Bon Jovi o dagli eyeliner dei Motley Crue. “Grezzume”, volume sparato al massimo e chi se ne frega del resto. L’importante è suonare. E capisci una volta di più quanto Kurt Cobain amasse i Mudhoney, visto che i suoni sono esattamente quelli. Live In Europe è acido, crudo, privo di orpelli o di chissà quali accorgimenti post-produzione. E si sente parecchio, soprattutto con la voce di Mark che fatica a emergere tra distorsori e rullanti. Praticamente è come ascoltare un loro live avendo la botta di fortuna di avere un tecnico del suono decente. Più naturale di così, c’è solo diventare sordi a un loro concerto. – Andrea Mariano


Joe Perry
Sweetzerland Manifesto

Rock, Roman Records

L’highlight
Aye, Aye, Aye

Per chi apprezza
Le erezioni

Chi devo ringraziare, Joe Perry o i narcotrafficanti che lo hanno impacchettato di così tanta bamba da fargli credere di essere tornati in vacanza permanente nel 1987 assieme ai Sea Hags? Beh, comunque, GRAZIE. Sant’Iddio, grazie per questo diamante grezzo come una bottiglia di Moonshine scolata a gargarozzo alle 10 di mattina. Grazie alla produzione di gusto di quell’ex-figo sempre figo che risponde al nome di Johnny Depp e grazie alle ospitate scatenate di Robin Zander (ma cosa sei? Cosa?), David Johansen e Terry Reid. Grazie per questo disco targato 2018 ma pieno di bluesettoni vecchia scuola e pezzacci tamarri da far impallidire i più classici Cinderella. Grazie. Sono gasatissimo, carichissimo, come se mi fossi fatto anche io di coca. Come se avessi appena recepito la felicissima notizia che il rock sarà pure morto, ma qui si balla cazzuti sulla sua tomba. – Giulio Beneventi


Half Japanese
Why Not?

Noise, Fire Records

L’highlight
Amazing

Per chi apprezza
Gli irriducibili

Solitamente, i quartetti con anagrafica cumulativa superiore ai 200 anni, quelli che si fanno foto promo che sembra una rimpatriate dopo 40 anni dei compagni delle elementari, tendono a suonare generi amarcord come l’hard rock, il power metal, il prog. Gli Half Japanese invece sono un intramontabile baluardo di una sorta di indie-punk-noise, che fanno da 43 anni. Loro c’erano nel 1975 e ci sono ancora adesso, e fanno esattamente la stessa roba: sporca tanto da fare sembrare il grunge un monumento alla pulizia sonora, stonata ai limiti del disturbante, sconclusionata, in fin dei conti allegra, ottimistica, divertente. – Riccardo Coppola


Generic Animal
Generic Animal

Indie, La Tempesta Dischi

L’highlight
Alle fontanelle

Per chi apprezza
Essere indie, al di là dei risvoltini o meno

L’indie vero è ancora vivo. Tra zuppe di mammà e previsioni meteo, tra melodie minimaliste e da sgarrarsi le vene per la verve degna di un cimitero bulgaro. Ma l’indie dei 2010’s era questa, e va bene così, e i Generic Animal sono esemplari di una specie in via d’estinzione. Due sono le opzioni, molto estreme entrambe: o vi fanno bagnare come scolarette che scoprono il proprio corpo, o vi faranno cagare come delle bestie demoniache. Nessuna via di mezzo. Proprio come l’indie nudo e crudo. Con buona pace di Stati Sociali, orizzonti orientali straconosciuti o Cosmi oramai già implosi. – Andrea Mariano


Il Branco

About

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.

Lascia un commento