Dischi Che Escono – 23/07/2017

Selezione musicale per chi vuole diventare bello quanto Richard Benson. (16/07/2017 – 22/07/2017)


Cornelius
Mellow Waves

Genere Boh, Rostrum Records

L’highlight
Dear Future Person

Per chi apprezza
Le supercazzole di mister Pocoto Pocoto

Prendete le corte vocali di Thom Yorke, dategli una lavata nello Shinano, due scoregge e strumenti a caso. Avrete Cornelius. Io sono affascinato dall’Oriente, da ciò che propone, dal J Rock al fatto che possano sposare le bambole delle proprie Waifu predilette. Ma costui è una supercazzola vivente, una trollata che in confronto la Dark Polo Gang è roba che apprezzerebbe il buon Richard Benson. E proprio per citare il Vate, non è robba per me (sì, “robba”, con due “b”). Giusto “Dear Future Person” ha un’apparenza di normalità. Poi d’accordo, non conosco il giapponese e a un certo punto sono quasi sicuro che dica “Porco cane” (magari gli era venuta fame), ma c’è troppa confusione per farsi un’idea organica di questo “Mellow Waves”. Ah, Crépuscule sarebbe perfetta per i titoli di coda di una eventuale remastered di The Legend Of Zelda: A Link To The Past. – Andrea Mariano


Foster The People
Sacred Hearts Club

Pop, Columbia

L’highlight
Le parti senza voce

Per chi apprezza
I falsetti ridicoli

Sinceramente: Pumped Up Kicks meritava tutto quel successo di sei anni fa? Ci sono video-epidemie su YouTube cui ho dato la mia visualizzazione sentendomi meno colpevole. Tipo Gangnam Style. I Foster The People non hanno e non avranno mai modo di replicare quell’immotivato e immeritato successo, e quindi hanno provato anche a cambiare un minimo della loro formula, mettendo qualche chitarra su Supermodel del 2014, affondando in quella elettronica da bad boy piena di synth bassissimi del nuovo Sacred Hearts Club. Nessuna delle due cose funziona. Ci sono pure tematiche serissime tipo la dipendenza da droga e l’uscirne, peccato che il terrificante falsetto di Foster farebbe suonare una ridicola gag anche la lettura di una bolletta della luce. Ma per favore. Ma basta. – Riccardo Coppola


In This Moment
Ritual

Hard Rock, Atlantic

L’highlight
Joan of Arc

Per chi apprezza
#escile

Non fatevi ingannare dall’opener “Salvation”: Ritual è tutto meno che tetro. Un Hard Rock baldanzoso e granitico, tra Billy Idol sotto steroidi (musicali) e Soft Cell imbottiti di anabolizzanti. La procace Maria Brink e la sua ciurma di scugnizzi musicanti non se la cava male con quest’ultimo lavoro della band americana., “Joan of Arc” che inizia con una voce che potrebbe essere tranquillamente quella di Duke Nukem eccita il lato nerd che è in me, è un classico anthem hard rock di stampo a stelle-e-strisce, un Manson con poderosi seni e voce più ammaliante. Il problema e il pregio di Ritual è tutto qui: non esalta per originalità, rassicura per canonicità. Va bene così. – Andrea Mariano


Declan McKenna
What Do You Think About The Car?

Pop Rock, Sony Music

L’highlight
Brazil

Per chi apprezza
I giovani vecchi

Prendete tutta la produzione tra fine anni Ottanta e primi anni Novanta, prendete un tizio e fatelo cantare. Bam. Bam bom bim. Ecco qui, Declan McKenna. Ecco qui, What Do You Think About The Car?. Un viaggio nel tempo tra sonorità care a vecchidimmerda come il sottoscritto e quel “già sentito” che disprezzi ma che ti fa fare “tip-tip” col piedino a ritmo, anche se non vuoi. Pixies, The Smiths, anche una vaghissima brezza di Blur (ma proprio vaga), ecco cosa essere codesto Declan McKenna. Non è necessariamente un male, dato che alla fine dei giochi la mistura retrò è ben amalgamata, funziona. Per qualcuno risulterà stucchevole, odiosamente trito e ritrito, ma quel piedino, mio caro, lo vedo. Vedo come lo muovi a ritmo cadenzato, proprio come facevi 27 anni fa. Con la differenza che oggi sei infastidito perché un ragazzo ti fa rivivere le stesse sonorità di un tempo e lui è giovane e fa robe vecchie, e tu sei vecchio e vorresti sentirti ancora giovane. – Andrea Mariano


Mr. Big
Ultralife

Rock, Frontiers Records

L’highlight
Everybody Needs A Little Trouble e Nothing At All

Per chi apprezza
I Mr. Big e il tempo che non passa

Vi piacciono i Mr. Big? Apprezzerete Defying Gravity. Avete sempre odiato i Mr. Big? Odierete Defying Gravity. Semplice, banale, sacrosanta verità. L’ultimo lavoro di un sempre più tirato Eric Martin (nel video della title track sembra mia zia, giuro) e di compagnia sonante non si sposta di un nanometro dallo stile della band dai tempi di To Be With You e Addicted To That Rush. Rock onesto, coriaceo, zeppo di spunti manieristici ora di Gilbert, ora di Sheehan, che riescono a convivere e anzi a essere perfetto e indispensabile collante per la buona riuscita dei singoli brani. Toccante e umanamente pregevole il fatto che la band non abbia voluto escludere Pat Torpey dalla realizzazione dell’album, nonostante sia affetto da Parkinson. In suo aiuto Matt Starr, già vecchia conoscenza del quartetto americano. Davvero tanto di cappello, a tutti. Quel che manca a quest’album? Una carica vera e propria: registrato come un tempo, ovverosia volume generalmente basso rispetto ai canoni odierni a favore però di una migliore dinamicità, manca un po’ di quella “botta sonora” da lasciare estasiati. Sound coriaceo, ma manca l’effetto “WOW”. In sede live renderà tantissimo, ne siamo certi. Rimane tuttavia un ottimo album, solo un gradino sotto rispetto a “What If..?” e “…The Stories We Could Tell”. – Andrea Mariano


Nine Inch Nails
Add Violence

Industrial, The Null Corporation

L’highlight
Less Than

Per chi apprezza
L’amore ossessivo di Reznor per Bowie

È disponibile un aggiornamento di sistema del programma sound and vision della compagnia Ross/Reznor. Scarica ora. Buffering. Disinstallazione in corso di “Not The Actual Events”. Rimozione della sua virulenza punk e impenetrabilità furbacchiona da figa di legno. Installazione in corso. Buffering. Rrrrr-ninò-ninò-ninò. Che diavolo, siete rimasti ai modem 56k, persi nella Downward Spiral? Vabbè, mettete un attimo su qualche sito indecente mentre aspettiamo. Ci siamo? Ok, 100%. Nuove caratteristiche rilevate: synth pop ultra eighties da “Pretty Hate Machine” dopata di keta (“Less Than”), downtempo vellutato agitato da singhiozzanti pulsazioni digitali (“Lovers”), “Piggy” dubbata (“This Isn’t The Place”), violenza come da titolo infilata in vesti dance floor (“Not Anymore”), cascate da 11 minuti di porno-industrial con quel che rimane di “Closer” (The Background World”). Onesto, benvenuti in “Add Violence”. Tutto un altro mondo. Tutto un altro esperimento. Tirate fuori anche stavolta i fazzoletti. – Giulio Beneventi


Dizzee Rascal
Rasit

Hip Hop, Universal

L’highlight
I Ain’t Even Gonna Live

Per chi apprezza
Le rime lanciate alla velocità della luce

Avere 33 anni e dimostrarne almeno 10 di più. Non essere Gesù Cristo e parlare più veloce di una macchinetta impazzita impallata alla roboante velocità di 88 miglia orarie, roba da farti andare indietro, avanti e in obliquo nel tempo. Hip Hop di alto livello quello di Dizzee Rascal, ma se non siete pratici di rap roboante (sentite come suona bene? RAPROBOANTE), procuratevi da qualche parte i testi e cercate di seguirlo, altrimenti vi lascia per strada alla prima curva di rime. Inglese, rapper e con problemi ad andare lento. Scandisce le parole come lame verso un inerme cliente di barber shop. Yo yo. L’ho già detto in passato: il qui presente sta scoprendo un mondo nuovo col rap. Non entrerà mai a far parte stabile della vita del sottoscritto, ma queste scoperte di qualità fanno sempre piacere. – Andrea Mariano


Avey Tare
Eucalyptus

Elettronica, Domino Recordings

L’highlight
Ms. Secret

Per chi apprezza
L’universo e quella volpe verde sul comodino

Datemi della cazzo di LSD. Della mescalina. Va bene anche dello zucchero misto a tè da fumare con un ritaglio di foglio di quaderno a quadretti spesso 3mm. Qui si viaggia, e chi cazzo se ne frega della destinazione. Il mio Io si sta dilatando, l’Es lo lascia fare, impegnato com’è a psicanalizzarsi da solo. Immaginate l’Universo che si espande e si contrae come quegli screen saver di Windows 95 che davano alla testa se li fissavi per più di 20 secondi. Ecco, Avey Tare potrebbe essere quello che sarebbe potuto essere Syd Barrett se fosse nato vent’anni dopo e se non fosse rimasto a rota. Se Cornelius fa un casino della Madonna mettendo suoni a caso e robe sgraziate da far sembrare un assolo del Richard Benson del 2015 uno shredder superiore a Joe Satriani in pulizia sonora, Avey Tare sa esattamente cosa, dove e quando mettere. Sì, la frase grammaticalmente è scorretta, l’italiano mi abbandona. Ma fottesegaabbestia, io sto viaggiando. Fatelo anche voi. Anzi, FACETELO anche voi. – Andrea Mariano


Wintersun
The Forest Seasons

Melodic Death Metal, Nuclear Blast

L’highlight
L’album

Per chi apprezza
La maestosità

Tanto di cappello, messeri nordici. Un’opera nel senso letteral-musicale del termine. Quattro brani che compongono le quattro stagioni dipinte con la ferocia di un pittore vichingo (anche se dubito che i popoli vichinghi abbiano mai fatto dell’arte pittorica il proprio fiore all’occhiello). Parliamo seriamente: The Dorest Seasons è un album stratosferico, non di facile approccio, visto che per l’appunto le tracce sono piuttosto lunghe. La bravura dei Wintersun è tuttavia proprio lì, nel rendere varie e tutt’altro che monocorde e monotone le composizioni, tanto da arrivare alla fine che non si è stanchi, ma esaltati, urlando in nome di un dio nordico a caso e inneggare al Valhalla. Che lo vogliate maledire od osannare fa lo stesso, fate voi. Ma il qui presente scribacchino musicale è incantato come un bambino dinanzi a una cascata di Kinder Cioccolato per tanta perizia non solo tecnica, ma artistica tout court. Per alcuni sarà solo “gente che urla”, ma sono solo limitati culturalmente e musicalmente, ordunque orbene orquindi orquinci non preoccupatevi di loro: mandateli a cagare e godetevi un’opera metal come non se ne sentiva da tempo. Coriacea, granitica, imponente, non inutilmente ampollosa (capito, cari i miei Nightwish di sta ceppola?). Tanto di cappello. Tanto di headbanging. – Andrea Mariano


Hans Zimmer
Dunkirk – Original Motion Picture Soundtrack

Colonna sonora, WaterTower Music

L’highlight
La composizione tout-court

Per chi apprezza
L’arte

Se Hans Zimmer è tra i più cercati e rinomati compositori ci sarà un motivo. D’accordo, è un’affermazione di una banalità imbarazzante, tuttavia se sono decenni che non sbaglia un colpo, se sono decenni che riesce a dare la propria fondamentale impronta a tutti i film per cui dipinge quadri astratti sonori di imperante efficacia, un motivo ci sarà. Ed è la sua capacità di cogliere il fulcro delle scene, degli attimi, delle situazioni, della visione sia estetica, sia introspettiva dell’opera audiovisiva. Così le sue musiche per Dunkirk sono angoscianti, claustrofobiche, tensive, un colpo al cuore e uno allo stomaco. Non è detto che non arrivino contemporaneamente, così da togliere definitivamente il fiato, senza possibilità di difesa alcuna. Non una colonna sonora da domenica mattina, non una colonna sonora da semplice ascolto. È come un’opera d’arte in un museo: da contemplare, capirne l’essenza, che è ben diverso dal guardarla e basta. – Andrea Mariano

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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