Dischi Che Escono – 25/06/2017

Dieci album con cui ritardare la consapevolezza dell’essersi liquefatti. (18/06/2017 – 24/06/2017)


Alpha Male Tea Party
Health

Instrumental Rock, Big Scary Monsters

L’highlight
I titoli dei pezzi

Per chi apprezza
Fingere che il math rock non sia una rottura di cazzo

Al primo arpeggio di Health viene da pensare automaticamente “ok questo è l’ennesimo albumetto post-rock senza spina dorsale”. In realtà così non è, perché gli AMTP coprono varie sezioni dello spettro dell’instrumental rock, sparando qualche riffino allegro che è quasi post grunge, qualche giro complesso a note basse stoppate che è quasi djent, e in generale danno l’idea di darci dentro con gusto in studio piuttosto che stare un po’ tristi e piegati a guardarsi le scarpe. Math, lo chiamano, anche se onestamente lo studio di funzioni al liceo e all’università mi divertiva di più di questa sequela senza fine di canzoni prive di highlights. In generale, a prescindere dalle materie preferite, rimane sempre il problema dell’instrumental buono ma non fenomenale: a fine album non c’è niente da raccontare, niente da ricordare. E durante, qualche “che palle” è sempre legittimo. – Riccardo Coppola


Dark Polo Gang
Twins

Trap, TriploSette Entertainment

L’highlight
Rockstar come Jimi Hendrix, cinture con le borchie come gli Iron Maiden

Per chi apprezza
Avere lo $wag dentro

Dovete uscire, imparare a muovervi. DOVETE FA I SOLDI, IL CASH E’ L’UNICA COSA CHE CONTA. Non dovete stare chiusi a casa a piangere, dovete essere intraprendenti. Noi siamo la Dark, ABBIAMO I BIG MONEYS E ABBIAMO LO $WAG. Ma noi siamo fortunati, è un dono. MA, IMPORTANTE, LA GANG NON SI INFAMA. PISCIAMO SOPRA GLI HATERZ. TRIPLO SETTE SU OGNI COSA I soldi sono fatti per essere spesi, è un circolo. Se non spendi non ricevi nulla, non ti ritorna nulla e rimani povero. Quindi vestiamo solo Gucci e portiamo pesi sul collo, un borsello a tracolla costerà una millata. VOI PISCHELLETTI DARK DOVETE STUDIARE, non siete $wag se pisciate scuola, non ci dovete mandà i messaggi de quanto siete matti che avete fatto sega. DOVETE STUDIARE, DOVETE IMPEGNARVI E CI DOVETE INVIARE LE PAGGELLE. Cos’è lo SWAG? Se non lo sai non ce lo hai, se non ce lo hai non puoi saperlo. Bacetti. – Matteo Galdi (l’intera redazione si dissocia dalla presente recensione)


Goatwhore
Vengeful Ascension

Death Metal, Metal Blade

L’highlight
Under The Flesh, Into The Soul

Per chi apprezza
Il metal estremo anche con il sole a picco e cinquanta gradi all’ombra (rischiando un infarto)

Amano definirsi come una semplice band di puro heavy metal, ma non lo sono assolutamente. Sono i Goatwhore, di New Orleans, ed a vent’anni dalla fondazione pubblicano il settimo album in studio “Vengeful ascension”. Ritornando a parlare del genere proposto da tali omoni giganti e barbuti, si tratta di death/thrash metal, con cantato in growl, distorsioni e doppia cassa. Più Lamb of God quindi che Motorhead, anche se a tratti se ne percepiscono eccome le influenze: lampanti, paradossalmente, in uno dei pezzi più tirati del disco, “Under the flesh, into the soul”. Heavy metal con steroidi, forse. Ma evidentemente non pensano di essere così cattivi e brutali come in fondo sono, non riuscendo a vedersi dall’esterno (il tutto fa tenerezza). Il disco scorre veloce e non è solo questione di bpm, perché i Goatwhore adottano anche soluzioni doom, come nella atmosferica – riuscita, almeno nelle intenzioni – “Where the sun is silent”. Il punto di forza di “Vengeful Ascension” sembra essere il riuscire a confondere di proposito, burlarsi dell’ascoltatore. Quando nel bel mezzo di un pezzo – che non si evolve nel corso di venti battute – parte l’acceleratore, un riff al fulmicotone e un ruggito interminabile dietro l’angolo (“Drowned in grim rebirth”) non può che stamparsi un sorriso nel volto di chiunque ami il metal. Questo disco ne è la prova: per quanto ci si sforzi di ascoltare tanta bella musica e di vari generi differenti, chi ama il metal non se ne può liberare facilmente, sarà sempre e solo amore. – Matteo Galdi


Laurel Halo
Dust

Techno/Ambient, Hyperdub

L’highlight
Moontalk

Per chi apprezza
L’ambient estremo

Ascolto “Dust” di Laurel Halo e mi tornano subito in mente le prime lezioni di musica alle scuole elementari. Una pianola davanti, due mani a disposizione e tanta, tanta voglia di premere quei tasti completamente a caso: un’accozzaglia di suoni senza senso alcuno che però mi regalavano immensa soddisfazione. “Ehi, sono io, sto suonando, GUARDATEMI TUTTI”. Ecco, se avessi saputo che bastava così poco per diventare un musicista, allora avrei proseguito su quella strada; ora invece mi ritrovo a studiare giurisprudenza con chissà quale futuro davanti. “Polvere”, che è il significato del titolo dell’album, rispecchia il sound sporco e grezzo di questo lavoro, pieno di avantguardistiche parti aritmiche, in grado di creare un’intensa sonorità ambient. Bonghi, bip del vecchio router 56k e risate sono addirittura componenti essenziali di alcuni brani. Per gli amanti del genere, potrebbe essere un piacevole sentire. Immersivo. – Francesco Benvenuto


Kay Hansen & Friends
Thank You Wacken Live

Power Metal, Edel

L’highlight
Contract Song

Per chi apprezza
Le birrerie, di quelle grosse e chiassose e divertenti

Kai Hansen è un meme vivente. Quelli della serie “Speri che io smetta? E io invece continuo. Col cazzo che smetto. Santiddio se continuo. Powerizzo l’aere circostante forever. Powerizzo le vostre madri e le vostre orecchie”. E powerizzami quanto e quando ti pare, caro Kai, Kai caro. E non devi ringraziare tu, ma noi te, ultimo dei power metaller di vecchia generazione che ancora si diverte come un diciottenne in birreria il sabato sera. E il bello è che riesci ancora a divertire e divertirti senza scadere troppo nella tamarreide in cui alcuni tuoi colleghi sguazzano da qualche anno a questa parte. “Thank You Wacken Live” è un graditissimo regalo per tutti, a prescindere se si è amanti del Power Metal o meno. Una lezione di esser fighi e divertirsi fregandosene un po’ di tutto. Poi con Kiske, Delauney e Beck (Frank) la festa è assicurata. Ein gross bier und prosit, Kai. – Andrea Mariano


Prince
Purple Rain Deluxe (Expanded Edition)

Funk Rock, Warner

L’highlight
The Dance Electric

Per chi apprezza
Godere

Ok, ragazzi miei. Per questa settimana vi toccherà bere qualche cocktail in meno e lasciar stare le mignotte europee, perché voi obbligatoriamente stasera aprirete Amazon e pagherete i 21 euro e 59 centesimi che vi chiede il sito (prezzo del tutto onesto, lasciatemelo dire) per questo nuovo ESSENZIALE boxset del generale Nelson. Sì, è un dovere, avete capito bene. E ve lo dice uno che non vede quasi mai di buon occhio le solite ristampe strappasoldi. Ma questa volta non potrebbe essere altrimenti: oltre all’album rimasterizzato, un magico agglomerato di single edit, b-side ed extended version, un Dvd con il mega-concerto del 30 marzo 1985 coi The Revolution al Carrier Dome di Syracuse, è ficcato pure dentro un disco supplementare con undici (undici, cazzo!) inediti che vi faranno venire sin dai primi minuti, già col trittico spaccareni “The Dance Electric”, “Love And Sex” e “Computer Blue” in cui si risente finalmente (e in splendida forma) quel goliardico Frank Zappa che si diverte a fare il James Brown della situazione accompagnandosi con la chitarra di Jimi Hendrix. Poi certo, è un impegno morale. Non vi è alcuna sanzione, se volete fare gli spilorci o gli indegni. Non dimenticatevi però di prendervi a schiaffi da soli. – Giulio Beneventi


Radiohead
Ok Computer OKNOTOK

Alternative Rock, XL Recordings Limited

L’highlight
Del cd bonus, “I Promise”

Per chi apprezza
Il rock delle persone fragili

Si potrebbero spendere tonnellate di parole sul valore di OK Computer. Sul perché è un disco fondamentale che chiunque dovrebbe -anche senza necessariamente amarlo- studiare, assimilare. Sul perché è indispensabile sfrondare le chitarre inquiete sui layer alti per trovare nelle atmosfere di sfondo un’inquietudine incurabile, per leggere -vivida come da pochissime altre parti- la tensione palpabile e tecnologica dell’avvicinarsi inesorabile del nuovo millennio. OK Computer sul groppone ha accumulato vent’anni e -come tutte le vere pietre miliari- non suona attuale, ma li dimostra tutti, si fa istantanea del suo tempo. Dimostra ancora oggi come alla fine dei Novanta le distorsioni residue del grunge e del noise erano prossime al pensionamento; è una abbozzata blueprint di ciò che il rock (e anche molto del prog) sarebbero diventati nei decenni a venire. OKNOTOK lo rimette a nuovo, rimasterizzandolo garbatamente, e riempie il CD addizionale con b-sides per hardcore fan e soprattutto con tre inediti di livello altissimo, che starebbero bene (per pulizia dei suoni e mood) sulle release più recenti della band, e forse ne costituirebbero anche valore aggiunto. Ma a questo punto mi piace buttar lì una provocazione: non è svilente, per quel che è oggettivamente un pezzone come “I Promise”, il confino al ruolo di appendice di qualcosa che di appendici non ha bisogno? In ogni caso, delle agginte ne godo e -essendo grato per il loro ruolo di promemoria- godo soprattutto, e ancora una volta, di quell’inestimabile ciddì uno. – Riccardo Coppola


Vince Staples
Big Fish Theory

Hip Hop, Def Jam

L’highlight
Crabs In A Bucket

Per chi apprezza
Il basso che pompa

Semplice regola aurea: se volete sapere se un disco è davvero buono, fatelo ascoltare a chi non capisce un cazzo del genere. Non vi saprà dare probabilmente dei motivi razionali, ma almeno il suo giudizio sarà genuino e privo di pregiudizi. Bene, ho fatto così con Vince Staples: l’ho passato alla mia seconda personalità che non sa manco cosa sia l’hip hop e mi ha detto velocemente che è una bomba. Ed proprio è così, Lou (il mio alter ego – uno dei 23 – si chiama così) ha ragione. Anzi, “Big Fish Theory” non è solo una bomba, è uno dei più ambiziosi e splendidamente prodotti album di rap californiano del 2017, al pari di “DAMN”. Ed è anche facile capire il motivo. Staples ha sgobbato per anni all’ombra di Re Kendrick. Finalmente sente che è il suo momento di salire in cattedra e lo fa capire degnamente sin dalla fiera opener “Crabs In A Bucket”, proseguendo serrato per tutti i fiumi di ipnotici flow al leggero sapor di nichilismo e sperimentalismi con slo.mo techno e G-funk distopico. Come tutti gli album con le palle, non piacerà a chiunque. Ciò non toglie che le palle ce le ha davvero. E anche belle grosse. E ciò basta e avanza. – Giulio Beneventi


Jaimes Young
Feel Something

Indie Pop, Atlanta Records

L’highlight
Stone

Per chi apprezza
La nuova Seattle

La classe non è acqua, la classe è Jaymes Young, il quale a soli 26 anni tira fuori dal cilindro un qualcosa che va ben oltre il semplice coniglio. Forse è a causa del troppo vino bevuto stasera, ma di sicuro sento qualcosa in lui, proprio così come dice il titolo del primo lavoro in studio. “Feel Something” può essere un’ottima rampa di lancio per l’ennesimo artista di Seattle, e tutti noi sappiamo quanto questa città abbia bisogno di ritrovare la serenità musicale dopo le dolorosissime perdite del passato e del presente. Non mi azzarderei mai nel paragonare questo scappato di casa di Jaymes Young alle buon’anime di Kurt Cobain o Chris Cornell, ma la voce c’è ed il talento va solo guidato attraverso la giusta strada. Si tratta di un elegante intreccio di elettronica e pop, sui cui nodi si insinua la voce, in alcuni tratti quasi femminile, del “giovane Young”. Parafrasando un pensiero dell’omofono e razzista, nonché Presidente della FGIC, Carlo Tavechio, posso dire che “i giovani sono il futuro della nostra musica”, quindi diamogli sostegno. – Francesco Benvenuto


The XX
I See You (Deluxe Edition)

Elettronica/Indie, Young Turks/XL Recordings

L’highlight
I brani dell’edizione standard

Per chi apprezza
Conoscere qualsiasi pezzo inciso dai propri artisti preferiti

L’edizione deluxe di “I See You”, terzo ed apprezzato album degli inglesi The xx, era già stata distribuita nei negozi a gennaio, insieme alla versione standard. Per il lancio ufficiale sulle piattaforme streaming, i tre indie rockers più malinconici di sempre, hanno pensato di aggiungere al pacchetto, come ulteriore chicca, la versione demo di “Brave For You”, in cui le chitarre di Romy si fanno apprezzare molto più che sulla versione in studio. Le altre due bonus track, che già conoscevamo, nulla aggiungono e nulla tolgono al discorso portato avanti dai 10 pezzi della tracklist originale. Ma se si tratta di semplici tracce bonus, un motivo dovrà pur esserci. Ci siamo capiti. – Marco Belafatti

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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