Dischi Che Escono – 27/08/2017

Una colonna sonora per le vostre ultime aste del fantacalcio. Consigliamo Jankto e Ciciretti. (20/08/2017 – 26/08/2017)


Jack Cooper
Sandgrown

Indie, Trouble In Mind Records

L’highlight
Memphis, Lancashire

Per chi apprezza
L’indie britannico di un certo livello (di noia)

Prendete un londinese, fategli fondare una band-duo (gli Ultimate Painting), nel giro di 3 anni convincetelo a realizzare un album solista. Già di per sé un andamento del genere non è normale, ma se ci si mette anche un tentativo di realizzare un “indie impegnato” (qualsiasi cosa significhi) risultando invece una noia stracciamaroni di proporzioni non indifferenti, mio caro, Jack Cooper, non va bene. “Memphis, Lancashire” è una piccola gemma in un mare di noia (_cit. Negrita_), le rimanenti 8 tracce sono tra il trascurabile e il “Sì, bello, ma non c’azzecca nulla con tutto il resto” (“Stranded Fleetwood Blues”, rubata ai Pearl Jam più pacati di No Code, “Off He Goes” per la precisione). Jack, te lo dico col cuore: in due le cose generalmente si fanno meglio. L’onanismo non produce niente, solo un bicipite allenato. E tu non ti alleni nemmeno. – Andrea Mariano


Daniel Caesar
Freudian

R&B, Golden Child

L’highlight
Blessed

Per chi apprezza
Dormire rilassato

Chi è Daniel Caesar? Non lo so e forse non lo saprete neanche voi, ma nonostante ciò lo conosceremo sicuramente in tanti tra qualche anno. Questa non è di certo un’investitura al nuovo tipo di colore dalla bella voce pronto a portare sotto braccio la musica R&B per i prossimi anni, assolutamente no. Però il giusto seguito a due EP già di successo non poteva che essere un ottimo album qual è “Freudian”, in grado con il solo titolo di risvegliare i reconditi studi di filosofia del liceo. Ed ecco che tornano alla mente il complesso di Edipo, le pulsioni il Super-Io, la coscienza ed i sogni. Un sound per pochi composto da synths, chitarre, tratti di gospel e musica corale, elementi che insieme danno vita ad un R&B ricco di tratti ambient. La musicalità di questo lavoro si adatta decisamente bene a quello stato di dormiveglia in cui ci si ritrova pochi minuti dopo aver appoggiato la testa sul proprio cuscino grazie ad un Daniel Ceasar in grado di conciliare l’animo ed il sonno. Di “Freudian” c’è molto poco da dire, ma tanto, tantissimo da ascoltare: è uno di quei lavori che fai fatica a descrivere perché ti ci affezioni così in fretta da perdere l’oggettività del giudizio. Io l’ho persa al punto da ritenerlo un top album. – Francesco Benvenuto


EMA
Exile From The Outer Ring

Elettronica, City Slang

L’highlight
Blood And Chalk

Per chi apprezza
Chiodi da quasi 23cm

Prendete Trent Reznor, quello degli anni ’90, quello sperimentale, acido, claustrofobico e ansiogeno. EMA potrebbe essere la degna erede non tanto di quello stile (che comunque c’è e ne è inequivocabilmente una diretta evoluzione e personalizzazione), quanto piuttosto della medesima attitudine. Suoni sgraziati, laceranti che tuttavia trovano ordine e ragion d’essere in un contesto oscuro, come ricerca di catarsi, in aperto contrasto con l’opener “7 Years”, almeno a livello sonoro. L’irruenza distruttiva di “Breathalyzer” “Aryan Nation” si scontra contro la delicatezza tagliente di “Receive Love” e “Blood and Chalk”. Un album non per tutti, vista soprattutto la sua natura schizofrenica, ma indiscutibilmente affascinante e di alta, altissima caratura. – Andrea Mariano


Fifth Harmony
Fifth Harmony

Pop, Epic Records

L’highlight
Angel

Per chi apprezza
L’intramontabile becerismo

Premo play con la mano sinistra. La fedele destra è impegnata a prevenire il vomito, tappando con stanco ermetismo. Partono i lamenti del girl group. Ma -magia- è meglio di quello che mi aspettavo! È solo musica del cazzo, figlia diretta di un derivatismo che non si cura manco di guardare alle Spice Girls, soffermandosi alle aspirazioni da Pussycat Dolls. Poi per carità, ci sono il tocco di Skrillex e i featuring tattici di mr. Spring Breakers Gucci Mane, ma niente da fare: potrebbero esserci anche Gesù Cristo e la Maddalena che ballano il tuca tuca ma l’album resterebbe sempre e soltanto il suono commerciale di cinque sguaiate uscite dai talent che si sgrillettano per pacchi di soldi, pompate ad arte da luciferini produttori che se ne fottono della qualità pur di pagare i pusher di fiducia e che, purtroppo, stanno tristemente vincendo la guerra. Stop. – Giulio Beneventi


The Fresh & Onlys
Wolf Lie Down

Indie Rock, Sinderlyn

L’highlight
Qualm of Innocence

Per chi apprezza
Le cose un po’ casuali

Ci sono tanti nomi di band brutti, ma pochi sono brutti quanto “i freschi e unici”: sembra qualcosa di “ragionato” per massimo 20 secondi, con la certezza che alla fine non cambierà poi tanto con un nome piuttosto che un altro, un po’ come i partiti che prendono 5 voti parenti inclusi ma hanno gli orsi al centro dello stemma. Probabile che fosse esattamente così, in origine. Eppure Tim Cohen, che ha nel passato esperienza sia nell’hip hop che nel black metal (!) ha fatto di questa band il suo progetto principale, e Wolf Lie Down è il settimo album in meno di dieci anni. Non che ci sia qualcosa di fresco, men che meno di unico, nella proposta della band: è un garage rock volutamente ed esageratamente lo-fi, con qualche scala bluesy di chitarra, qualche divagazione sulle ottave basse della voce di Cohen (in realtà non particolarmente aggraziata, ma funzionale), qualche muro di accordi ricoperto di fuzz e qualche lick lento tipicamente psych. Eppure, pur su presupposti decisamente caotici, l’album a volte fa il suo dovere: specialmente nella parte centrale, con i suoi tempi più lenti e malinconici e un paio di brani che denotano una maggiore raffinatezza compositiva. Una maggiore coerenza compositiva però non farebbe mai troppo male. – Riccardo Coppola


Gogol Bordello
Seekers & Finders

Gypsy Punk, Cooking Vinyl

L’highlight
Still that way

Per chi apprezza
Ritmi tzigani, la frenesia e l’allegria in musica

Della fine degli anni ‘90 in musica ci ricordiamo la tendenza all’alleggerimento in fase compositiva dei brani data da scelte dettate dal mercato discografico, la semplificazione artistica per raggiungere un pubblico più ampio. Ne ricordiamo i colori vivaci, kitch ed il trash, MTV, le proteste contro ogni forma di virtuosismo di Kurt. Ma nei bassifondi di New York, in un cantuccio, un’altra grande protesta era sorta in disparte e nell’ombra: i Gogol Bordello. Un gruppo/movimento fondamentale quanto silente, probabilmente e soprattutto prima del “vero” successo su larga scala. Musicisti dell’ex Unione Sovietica a New York dicevamo, scappati dal disastro di Chernobil negli Stati Uniti, esportatori di musica tradizionale ucraina che trova le sue radici nei ritmi tzigani. Più che importanti per il mercato discografico negli anni ’90 furono importanti per gli emarginati, per il popolo. Gran parte del tempo speso a suonare infatti – nei primi anni di carriera – lo dedicano a concerti nei quartieri popolari per matrimoni di immigrati. Prima del grande successo degli anni duemila, prima del mashup con Madonna e prima di “Seeker and finders”, ultimissimo disco che seppur ottimo rischia di cadere in decadenza. Perché è un disco energico, vivace e colorato, che mischia punk e folk in pieno “stile Gogol Bordello” (come nella interessante “Saboteur blues”), da brividi la frenetica opener “Did it all” come la trascinante “Still that way”. Ma la romantica storia che accompagna la squilibrata banda sembra svanita, seppur lasciandone intatta la qualità artistica. – Matteo Galdi


Iron & Wine
Beast Epic

Folk, Sub Pop

L’highlight
Call It Dreaming

Per chi apprezza
Le barbe

Torna a far musica da solo Sam Beam, dopo delle interessanti parentesi condivise con Ben Bridwell e con Jesca Hoop; e le sue composizioni inevitabilmente si semplificano, per riportare al folk minimale e tradizionalista degli esordi, che limita al massimo le divagazioni al di fuori dall’acustica. Uno stile marcatissimo, che dell’album è sia il miglior pregio che il peggior difetto: se su alcuni pezzi la poesia cantautoriale di Beam è assolutamente da lacrime agli occhi, altrove – specialmente dove le soluzioni vocali sono meno incisive – l’indiscutibile verve poetica alle spalle dei brani rischia di andar persa, a causa di pattern strumentali spesso ripetuti e sempre poco incisivi. – Riccardo Coppola


Leprous
Malina

Prog Metal, InsideOut

L’highlight
Malina

Per chi apprezza
I singoli discutibili

Sono sicuro che Einar Solberg, quando va in giro a baccagliare da semisbronzo, dica qualcosa del tipo: “Ehi sciao bela, vieni da me che ti faccio vedere la mia collezione di ritornelli”. Di tutte la band che bazzicano nell’universo prog al confine tra il rock e il metal, i Leprous sono (da almeno tre album) quelli che più aderiscono alla forma canzone classica, fatta di versi sottotono che portano al glorioso ritornello dove il pomposo cantato operistico di Solberg può sfogarsi in tutta la sua rotondità. In Malina, che è un disco suonato e prodotto perfettamente, e grazie anche a un alleggerimento generale (sia per la minore ruvidità delle chitarre, sia per un mood tendenzialmente più luminoso), la tendenza è assolutamente estremizzata: i picchi sui singoli come From The Flame, dove tra un riffone staccato e l’altro (ulteriore trademark) un ritornello stucchevolissimo viene ripetuto, contando con le dita, otto volte. E’ il limite principale di una band che ha tale perizia compositiva e tecnica (il batterista è uno dei migliori in assoluto del genere, il nuovo bassista finalmente si sente) che non dovrebbe potersi permettere d’essere prevedibile. E infatti Malina, sulla title track o su altri episodi meno canonici, tra elettroniche invadenti e anche graditissimi inserti di violini, riesce a far capire che si ha a che fare con una delle band di punta dello scenario. Ma, purtroppo, soltanto a tratti. – Riccardo Coppola


PVRIS
All we know of heaven, all we need of hell

Elettropop, Rise Records

L’highlight
Separate

Per chi apprezza
Grinta femminile in contesti pomposi

Manco il tempo di finire di capire come si pronuncia e cosa significa il/la VAR, e qua ecco il nuovo dilemma: come si pronuncia PVRIS? Con la v, avvitandosi le labbra? Con la U, come fosse un’antica iscrizione romana? Con la I, a che stiamo parlando di campionato italiano, come il terzino? Va a finire che, come era difficilmente intuibile, si pronuncia PARIS. Come la città. Questi qui, che escono per Rise Records (ma non fanno metalcore) e sono già al loro secondo album, propongono un elettropop possente ma in realtà abbastanza prevedibile, spesso anche abbastanza lacrimevole e passionale, come se i London Grammar fossero usciti dal letargo e si fossero fatti dare due lezioni (e due pugni, ma rigorosamente in aria) dagli Imagine Dragons. L’esito non è malaccio, anche se l’ammorbidirsi delle parti di chitarra rispetto al debutto ha fatto pendere l’asticella della proposta verso un pop estremamente prevedibile, considerato anche che le linee vocali non brillano per sagacia e potrebbero tranquillamente adattarsi a qualsiasi cosa, dal metal con voce femminile a trance degli anni novanta. Qualcosa, come le prime due tracce e la ballata Separate, spicca per qualità sul resto. Sulla media dell’album, brVvini. – Riccardo Coppola


Turnover
Good Nature

Dream Pop, Run For Cover Records

L’highlight
Super Natural, Breeze

Per chi apprezza
La bellezza agrodolce di un’anacronistica estate agli sgoccioli

La somma Wikipedia mi allerta che suonano “Dream Pop”. E in effetti è un termine che si presta perfettamente a “Good Nature” dei Turnover. La cosa sconvolgente è che ero pronto a schernirli, per questo “Dream Pop”, invece mi ritrovo qui a parlarne solo bene e a scoprire che sono loro gli autori uno dei pochissimi brani di questa estate che mi è capitato di captare distrattamente e di non rimanere disgustato ma anzi incuriosito (“Butterfly Dream”). Atmosfere rilassate, eteree, con un velo di anacronismo nostalgico verso quei bei tempi che nessuno di noi – e forse neppure loro – ha effettivamente vissuto. “Good Nature” è un ottimo album di fine estate, la perfetta colonna sonora delle giornate ancora belle, ancora assolate, ma che inevitabilmente tendono a divenire sempre più brevi, ed è qui, tra un’immaginaria brezza di mezzogiorno e un pomeriggio che allunga le ombre fino al chiaroscuro rossastro del tramonto, che i Turnover colpiscono, accarezzano e in certi casi affondano il colpo. Eterei, delicati ma non per questo impalpabili. – Andrea Mariano

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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