Dischi Che Escono – 28/05/2017

Dieci dischi per salutare Er Pupone. (21/05/2017 – 28/05/2017)


Burial
Subtemple – Beachfires

Elettronica, Hyperdub

L’highlight
Beachfires

Per chi apprezza
Non essere sicuri di cosa si apprezzi

Asso nella manica da sempre per chi vuole allo stesso tempo ascoltare dubstep e fare l’intellettuale, Burial sta in reatà continuando -con la sua lunghissima sequela di periodici lati A + lati B- ad esplorare svariati anfratti del mondo dell’elettronica. Inquietante come sempre, stvolta in Subtemple s’alternano allarmi, voci di bambini e suoni a metà tra il ticchettio d’orologi e il digrignare di denti; in Beachfires invece ci si fa anche un po’ spacey, sotto i colpi di un synth che sembrano annunciare comunicazioni di servizio in un supermercato dell’inferno. Tutto come sempre senza nerbo, senza struttura, probabilmente anche senza senso. Però affascinante. – Riccardo Coppola


Marco Carta
Tieniti Forte

Pop, Warner

L’highlight
Comunque vada

Per chi apprezza
Buttare forbici giocando a morra cinese

Sasso – Carta – Forbici. Carta vince su sasso, ergo continua a trovare qualcuno che lo produca e scriva canzoni per lui e insieme a lui. Ma Carta perde contro forbici, sminuzzato e buttato nel marasma delle proposte italo-pop odierno. Morale della favola: riuscireste a riconoscere una canzone di Marco Carta nel mezzo del caotico e stantio mercato musicale italiano? Se ci riuscite, vi stimo, ma davvero tanto. Dispiace perché Marco ci crede ancora, non molla la presa, tenta a tutti i costi di continuare il suo sogno. Qualitativamente però non ci siamo. Non è pessimo, e fidatevi di uno che ha ascoltato la vera putrefazione fatta musica. Ma è anonimo, laddove si discosta un poco (pochissimo) dal suo iter, finisce però sulla scia di Mario Venuti e Mango (“Comunque Vada”): non male, ma si torna sempre sul punto dolente, ovvero già sentito e non spicca. Non vogliamo che Marco Carta rivoluzioni il concetto di pop italiano, ma vogliamo farvi intendere che non c’è nulla che lo renda identificativo, né la disperazione stracciamaroni di Alessandra Amoroso, né l’evanescente energia di una Emma Marrone. Caratteristiche discutibili, ma caratteristiche identificative. Marco è un po’ lì, una boa in mezzo al mare, che noti ma non cattura di certo l’attenzione come quel pesce che hai intravisto con la coda dell’occhio. – Andrea Mariano


Effenberg
Elefanti per Cena

Cantautorato, Audioglobe

L’highlight
Le vigne di Bergamo

Per chi apprezza
Il cantautorato che non pesa come un macigno

Non innova e non sconvolge Effenberg, ma Elefanti per Cena è un album di spontaneo e freschissimo cantautorato, di quelli che non sono addolorati come Calcutta o intellettuali come Brunori SAS, ma che sono talmente genuini da non poter non essere apprezzati. Dettagliati racconti di infanzia, pesi appesi al collo, metafore d’ogni estrazione (i pachidermi del titolo, svariati riferimenti geografici), sigarette e malinconia gli ingredienti sparsi su una infrastruttura strumentale infarcita di elettriche, che danno quel nerbo e vitalità che l’acustico senza compromessi non potrebbe garantire. Forse la disillusa amarezza avrebbe goduto di una voce più roca in qualche occasione – ma ci sarà tempo. Ah, geniale l’excerpt della telecronaca di Roma – Napoli sotto (non prima o dopo, proprio sotto) “per ora non esco”. Ah, geniale anche il messaggio vocale di WhatsApp su “Firenze mare”. – Riccardo Coppola


Ghali
Album

Trap, Sto Records

L’highlight
Lo sbocco post-ascolto

Per chi apprezza
Le sonorizzazioni dello scroto

Bene, eccolo finalmente. Anche quest’anno è giunto QUEL disco. Come quale? Dai, quello. Quella benedetta montagna di tracce di merda, che piuttosto che riascoltarle una seconda volta preferiresti pinzarti amabilmente il glande con il portone di casa o ingurgitare un minestrone di tarzanelli per il resto dell’estate. Me ne rendo conto, ci vorrebbe la buon’anima di Germano Mosconi per demolire decorosamente il flow banalotto del rapper tunisino-naturalizzato italiano che impallidirebbe persino davanti alle rime di Bello Figo, gli stilemi ultra-fossilizzati di una trap fatta male (e ce ne vuole) e quel mood di ragazzo di strada tanto ostentato da apparire ridicolo. Purtroppo io non ne sono degno. Posso dirvi soltanto che se volete rivalutare gentaglia come Marracash e realizzare che vi è qualcosa di peggio di quel suo distillato di grappa alla diarrea che molti cerebrolesi osano chiamare “musica”, questo è il disco che fa per voi. – Giulio Beneventi


Paradisia
Sound of Freedom

Pop, Long Branch Records

L’highlight
Poison

Per chi apprezza
L’estetica anni 70 e la carezzevole malinconia del vintage pop

Arrivano da Londra e i loro colori di riferimento sono le calde tonalità rosa pastello che tanto ricordano la moda di qualche decade fa, con le dive irraggiungibili, i loro sguardi fugaci, gli abitini appariscenti. Come Lana Del Rey e molte altre prima di loro, le esordienti Paradisia si rifanno ad un’estetica vintage recentemente tornata in auge tanto nel panorama indie quanto in quello pop, posizionandosi con grazia a metà strada tra le due scene musicali. Sophie-Rose Harper (voce), Anna Pesquidous (arpa) e Kristy Buglass (voce e tastiere) confezionano un album d’esordio, “Sound of Freedom”, che ricorda talvolta la Florence Welch più eterea e delicata di “How Big, How Blue, How Beautiful”. Il titolo del disco descrive molto bene l’atmosfera di libertà che si respira lungo le sue dodici affascinanti canzoni. “Sound of Freedom”, del resto, potrebbe essere figlio di tre anime musicali incontratesi a Woodstock, ma Paradisia è senza ombra di dubbio un progetto che sfrutta un’estetica vintage per comunicare attraverso un linguaggio contemporaneo e accessibile, infondendo ai propri pezzi una malinconia in cui è davvero piacevole perdersi (ascoltate la bellissima “Poison” e provate, se ne siete capaci, ad uscire dal suo loop, oppure abbandonatevi agli archi sognanti di “Something Beautiful”). La cover dream pop di “Dancing in the Dark” del Boss, poi, è estasi pura. Chiudete gli occhi, indossate le vostre cuffie e preparatevi a passare 50 minuti in compagnia di queste tre belle (e paradisiache) fanciulle. – Marco Belafatti


Rhapsody of Fire
Legendary Years

Power Metal, AFM

L’highlight
La prestazione di Giacomo Voli

Per chi apprezza
le band che fanno le cover band di se stesse

Draghi, cavalieri, magie, leggende e ancora draghi. L’incedere dei cavalli che ha il suono di chitarre e doppia cassa tirate alla massima velocità, l’urlo di battaglia del cantante e l’incrocio di spade e getti di fuoco in duelli tra tastiere e sei corde. I Rhapsody hanno fatto la storia, i Rhapsody Of Fire hanno tentato di proseguirla. Ora, però, tra un impareggiabile Turilli e i suoi Rhapsody, Lione che abbandona Staropoli per altri progetti che poi si rivelano la reunion-non-reunion della formazione classica dei Rhapsody ma senza Staropoli, non ci stiamo capendo un cazzo, siamo alquanto confusi. Fatto sta che il buon tastierista con gli addominali scolpiti da Photoshop Cs2 ha reclutato nuovi e aitanti (?) musicisti, tra cui spicca per le cronache Giacomo Voli, bestia dal talento naturale. Nasce così Legendary Years, una rielaborazione del materiale classico della band suonato con le moderne tecnologie e con quella che sarà la formazione dei prossimi anni. Tutto bello, bellissimo, produzione pulita anche se di tanto in tanto i cori sovrastano tutto e Voli fa intendere che può fare di tutto e di più, meno che la fotocopia di Lione (per fortuna). I brani classici in generale spingono ancora molto, ma… non c’è una nota fuori posto rispetto agli originali. Anche a livello di suoni, fatta eccezione per la già citata pulizia cristallina, siamo fedelissimi alle controparti originali. Fin troppo fedeli. Peccato, perché magari piazzare due o tre inediti in tutto questo marasma di nostalgia sarebbe stata una scelta funzionale e saggia. Alla fine dei conti, un buon album di cover. – Andrea Mariano


Shakira
El Dorado

Latin Pop, Sony

L’highlight
Shakira

Per chi apprezza
La musica di ogggggi

Ammetto: Shakira, ti amo, ti adoro, hai regalato anche musica pregevole oltre che dei movimenti di bacino che mi hanno svitato la testa, ma “El Dorado” è utile solo per due cose: rievocare alla mente i gelati della nota ex azienda da tempo immemore ormai assimilata all’Algida (il Cucciolone, il Piedone e via dicendo), e gustarsi un gelato o un caffè all’ombra dello chalet della riviera in sottofondo mentre ci stai provando con il/la ragazzo/a che hai adocchiato. Stop, fine. Forse in qualche attimo di pulsione sessuale potrebbe andar bene “La Bicicleta” e “Coconut Tree”, ma bisogna essere nel mood giusto. Ora scusate, vado a prendere un Cornetto e offro il caffè alla ragazza del tavolino accanto al mio (ammicco ammicco). – Andrea Mariano


Sólstafir
Berdreyminn

Avant-Garde, Seasons of Mist

L’highlight
Hula

Per chi apprezza
La scena heavy delle terre scandinave e nord europea, decandente, romantica e contemplativa.

Attenzione, ascoltando il nuovo disco degli islandesi Sólstafir si potrebbe andare incontro ad una brutta febbre, causata da sbalzi improvvisi di temperatura. Da un lato il clima mite di inizio Giugno, il sole tiepido e l’avvento dell’estate. Dall’altra il gelo artico, le purificanti ma al contempo letali temperature di decine di gradi sottozero. “Berdreyminn” è freddo ma non inespressivo, molte le atmosfere ricreate al suo interno, passaggi ambient grazie a modulatori sonori e strumenti efficacemente effettati che sfociano in soluzioni quasi post-rock. Da esempio fanno i sette minuti di “Hula”, struggente ballad: variegata e con tastiere di contorno e sempre più protagoniste lungo l’esecuzione del brano, post-rock non strumentale. Peccato per un cantato leggermente monotono che potrebbe alla lunga stancare, i brani sono lunghi, “Berdreyminn” è un disco impegnativo e complesso, corposo. È il successore naturale del precedente “Ótta”, con pregi e difetti. Consigliato, se non prende al primo ascolto potrebbe essere rimandato a settembre, anzi Gennaio. Sicuramente ascoltato in altri tempi (e clima) potrà rivelare sfumature sin qui non colte appieno. – Matteo Galdi


Geoff Zanelli
Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar OST

Soundtrack, Walt Disney Records

L’highlight
Killing The Sparrow

Per chi apprezza
Berci su

Il vero merito dei maestri Zimmer e Badelt è stato principalmente uno: capire al volo che, con un Depp stralunato e un brand piratesco targato Disney, una colonna trascinante poteva (e doveva) accompagnare solo. Il resto è storia. Poi si sa, il tempo passa e viene il momento di passare il testimone. Così nel 2017, quando la voglia di soldi torna a bussare, troviamo in cabina di regia in solitaria Geoff Zanelli, il pupillo che ha vogato prendendo appunti sin dai tempi della prima luna, qualcosa come tre lustri fa. E il giovane, classe 1974, fa un egregio lavoro, non c’è che dire, mettendo in pratica le preziose lezioni a cui ha assistito (ridendo e scherzando, sono più di trenta le pellicole con la sua firma, tra cui Hannibal e L’Ultimo Samurai): non rivoluziona e non snatura, sviluppando bene nuovi intrecci attorno al famoso tema principale. Very well done. Unico neo: ma che cazzo è quella trashata finale di bonus remixato di(sc)o(te)caro della storica “He’s a pirate”? Bah. – Giulio Beneventi


Zola Blood
Infinite Games

Elettronica, Pond Life Songs

L’highlight
Silhouettes

Per chi apprezza
Farsi un viaggio senza buchi

Inaspettatamente coinvolgente: “Infinite Games” può essere descritto semplicemente così. Leggendo il nome della band, Zola Blood, la mente va subito al Gianfranco tanto caro agli amici cagliaritani e londinesi il cui soprannome era “Magic Box”. E Una vera e propria scatola magica è anche questo lavoro, il cui contenuto finisce per incantare, rapendo l’ascoltatore con sonorità particolarmente psichedeliche, tanto simili alle pregevoli giocate del nostro Gianfranco nazionale. “Infinite Games” è quella tipica roba che gira nei peggior rave parties, che crea un tale stato d’estasi da annullare qualsvoglia percezione del reale. Come si direbbe a Roma: “È robba buona”. – Francesco Benvenuto

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
Il Branco

About Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.

Un commento

  1. Pingback:Effenberg: pasti pesanti e un debutto d'autore – In Media Rex

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *