Dischi Che Escono – 30/04/2017

Un buon sottofondo per non lavorare il 1° maggio. (23/04/2017 – 29/04/2017)


Ayreon
The Source

Prog Metal, Nuclear Blast

L’highlight
The Way That The World Breaks Down

Per chi apprezza
Non l’immediatezza, ma la qualità. Sebbene a grandissime dosi.

Prosegue la carriera artistica di Arjen Lucassen, prosegue a colpi di concept album monolitici e complessi. Lo studio dell’essere umano, della sua interazione con le macchine e con gli altri esseri senzienti. A metà tra atmosfere classiche, medievali e futuristiche, accompagnato da artisti di leggendaria caratura che prestano voce e strumenti di volta in volta, sposando i suoi ambiziosissimi progetti. Questo è ciò che troviamo dietro al progetto Ayreon, come dietro all’ultimissimo doppio concept album “The Source”. Un’opera rock complessa e maestosa, oltre novanta minuti di prog metal, cambi di tempo, tastiere, violini, tamburi e fiati. “The Day That The World Breaks Down” – che forse troppo ricorda i Dream Theater – introduce alla perfezione il disco e presenta nei suoi dodici minuti i vari artisti che prestano la proprio voce ad Ayreon. James LaBrie, Simone Simons, da Floor Jansen, Hansi Kürsch, Tobias Sammet, Tommy Karevik e Russell Allen. Mica scappati di casa qualunque. Tirando le somme, solito bel disco da parte dell’olandese Arjen, forse non il disco estivo per eccellenza. Forse un malloppo troppo grande e di difficile digestione, ma davvero ottima, ottima musica. – Matteo Galdi


Mary J. Blige
Strength of a Woman

R&B, Capitol

L’highlight
Thick Of It

Per chi apprezza
Le voci di classe

Per fortuna che c’è lei. Tra vocalizzi e voce pazzesca, tra r’n’b e quel tocco soul che non guasta mai e una certa classe che eleva anche gli episodi meno esaltanti. “Strenght Of A Woman” non possiede veri e propri giri a vuoto, quanto piuttosto una certa mancanza di verve (anche se “U+Me” e “Thick Of It” le hit del disco) che alla lunga penalizza il godimento complessivo. Nonostante questo, Mary J è sempre sugli scudi, e anche questa volta si conferma tra le voci imprescindibili del genere r’n’b degli ultimi vent’anni. Non il disco della vita, ma sempre dignitoso e degno di almeno un orecchio. – Andrea Mariano


The Cranberries
Something Else

Pop, BMG

L’highlight
Il disco, perché è l’occasione di buttarlo e recuperare gli originali

Per chi apprezza
Tapparsi le orecchie

Riuscire a scaricare “Animal Instinct” della sua parte più emozionale ce ne vuole, se poi sei la band che ha scritto proprio la questione incriminata, allora vuoi davvero del gran male a te stessa. “Something Else” rielabora in chiave acustica alcuni dei brani più famosi e più importanti della band irlandese, ma il risultato è una bestemmia. Se fosse stato un altro gruppo a realizzare un “tributo” simile, gli avremmo dato una pacca sulla spalla e il consiglio di non farlo più. Ma loro… Ah, ci sono degli inediti, ma sono talmente evanescenti che è più interessante e drammatica la scelta tra cuscino di lattice o cuscino di piume. Se poi volete utilizzarli per dormire o per soffocare uno per uno i componenti dei Cranberries, noi non vogliamo saperlo. – Andrea Mariano


Ritchie Kotzen
Salting Earth

Rock, Headroom Inc.

L’highlight
Thunder

Per chi apprezza
Il lato luminoso della forza rock

Richie Kotzen inizia a somigliare sempre più a uno Jedi che si è rotto i coglioni di tutte le pippe di Luca Camminatoredelcielo e che si è ritirato a vita privata tra sidro e chitarra. E più o meno è così, con Michele Portonoi e Manganello Scian che ogni tanto vanno a trovarlo. Quando è solo si spara un bel blues rock e usa la spada laser solo come generatore di corrente pulita. “Salting Earth” è il Kotzen più puro, tra grandi cavalcate rock come “Thunder” e momenti delicati e toccanti come “Divine Power”. La forza scorre possente in lui. Lui lo sa e la trasmigra sulle corde della Telecaster più orgasmica ed empatica degli ultimi vent’anni. C’è solo da imparare, ancora. Salviamo la terra, ascoltiamo Richie. Salviamo le nostre orecchie, ascoltiamo Kotzen. Salviamo il vostro denaro, spendetelo per Richie Kotzen e lasciate perdere l’altro Ritchie. – Andrea Mariano


Laïoung
Ave Cesare: Veni, Vidi, Vici

Rap, Epic Records

L’highlight
Boh

Per chi apprezza
I minestroni di tarzanelli

Ad un certo punto dell’opener “Giovane, Giovane”, tra le varie e poderose cazzate da infermo di periferia sguinzagliate a piacere come “Sono uno dei migliori (ah!), non ci posso fare niente”, salta fuori il riferimento ad uno “tsunami che ti inonda”. Ecco, è esattamente questa la definizione più calzante per l’intero secondo disco del rapper di madre sierraleonese e padre pugliese: ascoltare la ventina di nuove tracce in scaletta è esattamente come correre amabilmente sotto una pioggia torrenziale di merda sciacquerella con la lingua tutta di fuori. A dir la verità, probabilmente paragonare questa (doppia!) peto-minchiata alla merda è un insulto alla nobile materia fecale, in quanto rappresenta il peggio della musica attuale e il fulcro della sua fatica intellettuale. Una ragade nel culo della musica. Il vero abisso delle sette note. Noi scrutiamo in lui e lui scruta in noi, diceva saggiamente il Maestro. Che panorama del cazzo, però. – Giulio Beneventi


Mark Lanegan Band
Gargoyle

Blues Rock, Heavenly

L’highlight
Nocturne

Per chi apprezza
La giusta compagnia musicale per serate alcoliche solitarie

La sua voce sa di sigarette e qualche bicchierino di whiskey di troppo, di lenzuola sporche e notti insonni. Il suo è un blues maledetto e viscerale, che tanto deve alla lezione di Nick Cave e che negli ultimi anni è stato protagonista di una nuova primavera, dopo i fasti solisti dello scorso decennio, la parentesi Queens of the Stone Age e i tempi andati con gli Screaming Trees. Dallo straordinario “Blues Funeral” in avanti, purtroppo, tanti bei momenti musicali ma nessuno scossone nella carriera di Mark Lanegan. Le atmosfere del nuovo “Gargoyle” sono quelle notturne e desertiche, tipiche di un certo modo di intendere il gotico negli stati meridionali degli USA, che già avevamo amato sul capolavoro del 2012, anche se a questo giro qualche timida variazione sul tema sembra finalmente fare capolino. Nel nuovo full length il manto elettronico che aveva caratterizzato le ultime produzioni viene talvolta meno per lasciare il posto ad arrangiamenti più intimistici, tra eteree tastiere (“Goodbye to Beauty”) e organi solenni (“Sister”), mettendo in “luce” l’animo più delicato del cantautore. È tuttavia su ritornelli strazianti come l’ossessivo “Do you miss me, miss me, darling?” di “Nocturne”, o sul riff ipnotico dell’instant classic “Beehive”, che Lanegan dà il meglio di sé, trasmettendo quello spleen contemporaneo di cui solo i grandi della musica sanno farsi portavoce. Ok, l’innovazione non è il tratto distintivo di “Gargoyle”, né tanto meno quello della fase attuale della carriera di Lanegan. Ma con questa qualità intrinseca ci si accontenta senza fare troppo gli schizinosi, no? Barista, un altro goccio per favore. – Marco Belafatti


Orelle
Argo

Cantautorato, Black Candy Records

L’highlight
Argo

Per chi apprezza
Il pop che non stroppia

Al secolo Elisabetta Pasquale, pugliese, Orelle trova con “Argo” il compimento di un percorso musicale cominciato da pochissimo (a ora pubblicato il solo EP “Primulae Radix”), e lo fa con una capacità e una consapevolezza nella composizione, e anche negli arrangiamenti, da veterana. Le dodici tracce dell’album sono delicate, raffinate pièces dall’anima indubbiamente jazzistica (la cantautrice ha come strumento d’adozione il contrabbasso) ma si vestono con stupefacente naturalezza di connotati indie-pop, tra spaziosi ritornelli di facile cantabilità, inserti di chitarra, piano e tastiere d’indiscutibile eleganza, e un approccio vocale che richiama a tratti la desaparecida L’Aura, o l’attualmente chiacchieratissima Levante. Viaggi, disillusione e amori si intrecciano fra le tematiche trattate, con testi che al di fuori degli evidenti picchi emozionali (la titletrack, o “Roma Bianca”) rimangono profondi e interessanti dalla prima all’ultima parola. – Riccardo Coppola


Francesco Renga
Scriverò il tuo nome – live

Pop, RCA

L’highlight
Dovrebbe essere così

Per chi apprezza
Rifugiarsi nella dimensione live

Ho un amico che è il sosia di Renga ed è un rompipalle di livello cataclismatico a cui piacciono le caramelle mou e i singoli senza affitto di Bello Figo Gu. Eppure preferirei stare ad ascoltarlo blaterare per ore di barche swag accarezzandogli i maledetti riccioli con in sottofondo “Despacito”, piuttosto che riascoltare anche solo una volta i primi tre inediti che aprono la nuova uscita dell’Uomo-senza-età e cercano in modo disperatamente cremoniniano di stare al passo con i tormentoni del momento. Uno di questi si chiama “Non Passa Mai”, provate a capire perché. No davvero, che spreco di talento. Per fortuna poi le “fresche” composizioni terminano e comincia sul serio il disco live (il primo in due decenni di carriera solista!). In qualche modo torna la timorata sostanza e capisci perchè la voce di “Angelo” è così amata, ancora oggi. E’ un artista completo che tiene il palco con la semplice voce, limpida e graffiante per tutta la durata delle sedici tracce. Sono troppo cattivo se dico che per i prossimi lustri preferirei dieci dischi dal vivo da parte sua piuttosto che altre scialbe melodie con Elodie? O troppo onesto? – Giulio Beneventi


Sylvan Esso
What Now

Indie Pop, Loma Vista

L’highlight
Die Young

Per chi apprezza
Il delicato e spensierato edonismo

Ci sono dischi belli a prescindere, poi ci sono quelli che mi piace definire dischi “da situazione”. Dischi da ascoltare in pomeriggi inaspettatamente e ingiustificatamente allegrotti, quando alla minuziosa sviscerazione di complesse partiture e versi si preferisce far ciondolare la testa sui ritmi sghembi di un indie pop innocuo. Dischi disimpegnati con tanti piccoli glitch da cabinato, con testi un po’ frivoli. Magari con una bella voce femminile delicata e lievemente (inconsapevolmente, o forse no) suadente. “What Now” ha un paio di ballatine mogie e tanti pezzi up-beat e a lor modo coinvolgenti, con sonorità a volte lo-fi e a volte anacronistiche e un’ironia che non guasta (spettacolo un verso come “Now don’t you look good sucking American dick” sul main single). Da cameretta, da caffettino letterario, da sottofondo per alticcio baccagliamento. Tanto non concludete niente. – Riccardo Coppola


Willie Nelson
God’s Problem Child

Country, Legacy Recordings

L’highlight
Still Not Dead

Per chi apprezza
Ridere in faccia alla vecchiaia

Ve li immaginate il padrino texano del country fuorilegge e il produttore Buddy Cannon scambiarsi le liriche delle nuove canzoni per messaggino su WhatsApp con tanto di smile, meme e cuoricini? Ebbene, il novello processo creativo di casa Nelson nel 2017 procede esattamente così. E lasciatemi dire che funziona dannatamente bene. Con il suo ultimissimo prodotto, siamo al cospetto di un album “problematico” – come dice il titolo – perchè mette in imbarazzo l’intera concorrenza: una figurina di 84 anni armata di bandana e chitarra acustica tira fuori con poetica naturalezza un disco di più unica che rara bellezza (nonostante abbiamo superato da un pezzo le sessanta uscite da studio) che commuove a più tratti (l’armonica di “Still Not Dead” e il messaggio politico di “Delete and Fast Forward” sono solo eleganti esempi) e riesce a rendere perfettamente credibile un “Old Timer” come il buon Willie anche nell’oscuro mondo tecnologico. E poi osannano gli Stones e altre mummie. Che ve pòssino. – Giulio Beneventi

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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