Dischi Che Escono – 30/07/2017

Selezione musicale per chi ritiene sopravvalutato il bon ton. (23/07/2017 – 29/07/2017)


Cage The Elephant
Unpeeled

Rock, RCA Records

L’highlight
Take it or leave it

Per chi apprezza
Creme e cremine

Il titolo dell’ultimo lavoro targato Cage the Elephant si pone in netto controsenso rispetto a quell’inevitabile accadimento che ciclicamente caratterizza le estati degli amanti della pelle nera: le scottature provocate dal sole e le relative spellature. Ma la rigida copertina di materiale plastico che contiene il riflettente compact-disc nasconde un prodotto coinvolgente, da ascoltare con in mano una birra ghiacciata, in testa un cappello di paglia ed ai piedi le hawaianas più kitsch dell’intero stabilimento balneare. I tre ragazzetti americani, imbracciate le loro chitarre acustiche, si sono dilettati nel produrre un album di facile ascolto e dalle tonalità estive, nonostante le 21 tracce che ripercorrono la loro passata carriera: il tempo di risolvere un cruciverbone della Settimana Enigmistica ed ecco che il lavoro scorre che è una meraviglia. E proprio come nel puzzle di parole si incrociano diversi vocaboli, così in questo album si incontrano diversi stili musicali: dal puro rock’n’roll all’indie, con intervallati da alcune cover di spessore come Instant Crush dei Daft Punk e Whole Wide World di Wreckless Eric. Il tempo da passare in spiaggia sarà tanto e il sole che prenderete sarà ancora di più, quindi munitevi di un bel paio di cuffie e di tanta, tanta protezione solare, altrimenti avoja a spalma’ doposole. – Francesco Benvenuto


Alice Cooper
Paranormal

Rock, earMusic

L’highlight
Fireball

Per chi apprezza
Andare all’inferno

Ricordo l’ultima notte dei Crüe a Milano. Oneste esplosioni, soli di batterie volanti, tanta figa in topless. Tutto spettacolare. Ma, sinceramente, chi dominò sul serio l’incandescente serata fu uno e uno soltanto: la signora Cooper di apertura, sempre magicamente in forma smagliante a quasi 7 decenni suonati, con il suo macabro show fatto di pitoni, ghigliottine e chitarriste gnocchissime. Del resto, è quello il suo habitat naturale in cui dà il meglio, il palco, sin dall’alba dei tempi, quando Kiss e compagnia bella prendevano appunti guardando i suoi spettacoli. Non pensiate minimamente però che il suo infinito stato positivo non riguardi anche la dimensione dello studio di registrazione. Nah, Alice non fa parte di quella schiera di cazzoni à la Stones che si sono dimenticati come si compone un dannato disco, spremendo pacchi di soldi soltanto in live, come dei piccoli Dell’Utri. E se non ci credete, basta che vi ascoltiate questo ventisettesimo (!) studio album in carriera, che riporta tutti credibilmente con il suo stile retrò ai giorni settantiani da gruppone apripista dello shock rock, richiamando a corte proprio la gentaglia della Alice Cooper Band. Della partita sono anche personcine sconosciute come Roger Glover, Billy Gibbons e Larry Mullen. Morale: ennesimo lavoro fuori dall’ordinario, diretto e potente. E soprattutto divertente, oltre che coinvolgente. In un mondo paranormale più meritocratico, questo disco sarebbe ai vertici di ogni classifica. – Giulio Beneventi


Samuel Heron
Genkidama

Rap, Autoproduzione

L’highlight
Ma che highlight volete che ci sia?

Per chi apprezza
Farsi schiaffeggiare in faccia al mercato del pesce

“Un paese che non premia il talento, io vengo dal bronx, bella raga mi piacciono i culi illegali delle tipe, oh frate c’ho il fumo in tasca (nino-nino)”. Bla bla bla. Al quinto minuto di questa cascata senza fine di stronzate senza senso, le palle già mi si erano gonfiate come se fossi di nuovo a quella merda di festival delle mongolfiere a Treviso. Anzi, che dico: di più, molto di più. Sì, esattamente come quella titanica Genkidama di Goku, creata con il salasso dei terrestri. Davvero, alla prossima grezzata giuro che salto sulla mia nuvoletta d’oro e vado a bastonare prima il tizio simile alla scimmietta da deretano che mi ha spacciato questo simpaticone de La Spezia come il “futuro del rap italiano”, poi faccio una capatina direttamente in Abruzzo. Ha solo 25 anni, magari lo raddrizzo, no? “Ti mando mille baci, anche se non mi piaci. Ti prendo a calci in culo con le mie Huarache. Huarache, huarache, huarache”. Ok, cominciamo. – Giulio Beneventi


Manchester Orchestra
A Black Mile To The Surface

Indie Rock, Loma Vista

L’highlight
The Moth

Per chi apprezza
Chi non smania di farlo strano

Scriverlo in concomitanza con l’uscita dell’ultima fatica spaccapopoli degli Arcade Fire pare una precisazione totalmente inutile, ma lo scrivo ugualmente: c’è chi ha dell’indie un’interpretazione esageratamente virtuosa e cerebrale, e c’è chi invece preferisce percorrere il solco della tradizione del genere senza prendersi troppo per pioniere. In parole più povere: c’è chi si sente figo e rischia di tirar fuori porcherie inenarrabili e chi gioca sul sicuro e rischia di rompere i coglioni. I Manchester Orchestra fanno tendenzialmente parte di questa seconda categoria, ma ogni singola nota che tirano fuori dimostra come non avrebbero alcun bisogno di trasformarsi in alfieri della prima: “A Black Mile To The Surface” è un disco semplice, scolastico a tratti (tolta qualche elettronica un po’ più dissonante, su “Lead, SD”), unisce pizzichi folk alle acustiche con chitarrone dubbate a la Silversun Pickups, mette in scena una voce splendida e sempre acuta, senza contrarre la diffusissima malattia del falsetto anni ’80. Ma funziona tutto, tra ballate da lacrimuccia e riff vagamente stadium-oriented. Un album stilisticamente perfetto, che conferma come la band d’Atlanta abbia una sensibilità artistica fuori dal comune, e quanto fare cose nuove e cose strane sia in fondo una smania inutile. Almeno per quanto riguarda gli studi di registrazione. – Riccardo Coppola


Masterplan
PumpKings

Power Metal, AFM Records

L’highlight
Gli originali

Per chi apprezza
La carta carbone scarica

Erano anni che non sentivo una produzione così. Alcuni potrebbero definirla “retro”, altri “d’altri tempi”. Io la definisco “di merda”. Non puoi uscire nel 2017 con un ciddì che suona peggio di “Chamaleon” degli Helloween, che suona peggio delle opere di Timo Tolkki quando non ha voglia di essere in studio (cioè quasi sempre dal 2010 in poi). Ok, ok. Sei stato per anni negli Helloween, non sei il primo che dedica un intero lavoro alla reinterpretazione di ciò che ha realizzato insieme alla band precedente. Tuttavia, mio caro Roland Grapow, realizzare “PumpKings” è stata un’arma a doppio taglio. Primo perché, per l’appunto, la produzione è davvero di basso livello e non me ne farò mai una buona ragione, e poi perché hai una band che si chiama Masterplan, con cui hai scritto anche bei pezzi in passato, che è reduce da un discreto ritorno (Novum Initium, 2013), ma con cui ora, anziché guardare avanti e realizzare nuovo materiale, produci (di merda) proprio questo disco per omaggiare il passato ormai quasi remoto. Come cazzo ti cala in mente (perdonate la prosaicità dell’espressione tutt’altro che grammaticalmente corretta)? È come se io, smanioso di nuovi stimoli, aprissi un sito e facessi copia-incolla del mio materiale presente nel vecchio portale per cui scrivevo, modificando giusto il font e l’estetica. Non ha un benché minimo cazzo di senso. Morale della favola: Grapow, ma come cazzo ti cala in mente? (leggere scuse personali per il gergo inappropriato poco sopra). – Andrea Mariano


Palace
Acoustic Tracks From The Arch [EP]

Post Punk, Fiction Records

L’highlight
Break The Silence, manco a dirlo

Per chi apprezza
I tizi tristi piegati sulle acustiche

L’anno scorso sentii Break The Silence e pensai “cazzo Editors, correte a nascondervi, ‘sti qua vi fanno veramente il culo”. Anche se in realtà agli Editors non sarebbe fregato comunque niente perché il post punk chitarristico in delay l’avevano abbandonato. Comunque. Forse per il solo gusto di rovinare la mia profezia, i Palace continuarono a pubblicare singoli sempre meno forti del primo, e infine un album d’esordio poco più che passabile. Questo take acustico di cinque pezzi del debutto mostra dunque difetti e pregi prevedibilissimi: se il già citato singolone è uno spettacolo anche in acustico (anche se gli scenari sonori creati dagli accordi elettrici a coda lunga non sono qualcosa di cui si fa facilmente a meno), e Better resta un pezzo carino e dal ritmo sufficientemente coinvolgente, gli altri tre, già pezzi mediocri in piena strumentazione, non diventano certo delle bombe una volta passati per corpi di chitarra in legno cavo. Anzi, andrebbe tenuto sempre a mente il rischio-lagna che si corre quando si vuole trasformare in acustico qualcosa di già abbastanza mogio. Per fortuna in questo caso lo si riesce a scongiurare. Ma davvero per poco. – Riccardo Coppola


Shaman’s Harvest
Scavengers

Hard Rock, Mascot Records

L’highlight
Broken Ones

Per chi apprezza
L’irresistibile scioglievolezza del rock

Mi sono imbattuto nei Shaman’s Harvest nel 2014, col loro quarto album “Smokin’ Hearts & Broken Guns”. Bell’album di Hard&Heavy, con un cantante tanto sfortunato quanto talentuoso. Nella sfortuna, la fortuna di aver diagnosticato sufficientemente in tempo il cancro alla gola in modo da poter procedere ai trattamenti per debellarlo. Dopo 3 anni e alcuni cambi di formazione, tornano con “Scavengers”, le cui chitarre ruggiscono un po’ meno, ma esce ancor di più quel gusto di southern blues che gli sciamani gestiscono con gran risolutezza. L’immediatezza e l’irruenza della parte iniziale si scontra con la soffusa luce degli ultimi brani che chiudono l’album, e va bene così, perché è un anti-climax che funziona. “Scavengers” è un buon esempio di come fare musica interessante senza rivoluzionare alcunché. Bene così. – Andrea Mariano


Sylvan Esso
Echo Mountain Session [EP]

Pop, Loma Vista

L’highlight
Sempre Die Young

Per chi apprezza
Scene di sesso di serie TV ospedaliere

Tre mesetti fa mi imbattei nei Sylvan Esso e, per qualche strano motivo che tutt’ora mi è oscuro, li apprezzai. Sarà stata una fugace inutile gioia, sarà stata la primavera, sarà stata la cavalcata in Champions della Juventus, fatto sta che trovai fortemente coinvolgente il loro indie pop parzialmente elettronico e fortemente femminile. Nelle Echo Mountain Sessions il duo prende quattro dei brani e, pur non stravolgendoli nella struttura, li riarrangia per “veri” strumenti e non solo per ciò che esce girando pirottini su tastiere più o meno grosse. Il risultato è ancora più rilassante e abbastanza di classe, con tanto pianoforte e qualche assolo di sax: buon sottofondo per una serata di lavoro disperatissimo pre-feriale, o anche per una di quelle scene da Grey’s Anatomy dove prima piangono e poi scopano. – Riccardo Coppola


The Tangent
The Slow Rust of Forgotten Machinery

Prog Rock, insideOut

L’highlight
Two Rope Swings, la più breve

Per chi apprezza
Il prog arrugginito

C’è una fetta di prog che si è evoluta: ci sono gli Anathema che si sono innamorati, Steven Wilson che è diventato un seguace sfegatato degli ABBA, tanti altri che hanno abbracciato con succeso l’elettronica. Ce n’è un’altra invece, sempre comunque stanziata in terra britannica, che d’evolversi non ne ha mai avuto intenzione: come Neal Morse e i tanti progetti che gli gravitano intorno, anche i The Tangent di Andy Tillison continuano a presentarsi con suite lunghe fino a 22 minuti, tastiere dai suoni di effetti speciali di fantascienza desueta, chitarre dall’overdrive educato, voci imbolsite fino all’inverosimile. Una lunghissima (perché malgrado siano solo sei tracce stiamo sull’ora e un quarto) ed estremamente noiosa rassegna di sonorità invecchiate troppo male, priva del tutto del gusto, della morbidità vocale, dell’eleganza strumentale che permette ai Marillion di adottare lo stesso approccio tirando fuori ogni volta un nuovo capolavoro. Che poi, malgrado la nostalgia stilistica, il disco (giustificando il nome della band non con la geometria ma con la specialità di Bettino Craxi) parla di politica e di roba accaduta molto recentemente nel Regno Unito, riuscendo dunque a suonare ancor più improbabile e anacronistico. Una specie di cronaca del futuro alla John Titor, ma dove il futuro è il nostro presente. – Riccardo Coppola


Katie Von Schleicher
Shitty Hits

Dark Pop, Full Time Hobby

L’highlight
Nothing

Per chi apprezza
Le mani al collo

La sensazione è quella di una stanza dalle luci soffuse, con i primi raggi del sole che fanno capolino dalle persiane e si riflettono sugli antichi e polverosi mobili lignei. Un’aria pesante, di vecchio, con un profumo di cuoio che si propaga in quei luoghi chiusi, ma molto vissuti. Un giradischi con tanto di grammofono fa da padrone in quelle ristrette quattro mura e riempie l’ambiente con un suono denso e profondo che ancora oggi è impossibile imitare. “Shitty Hits”, nonostante l’uso di un titolo tanto volgare a smorzare la tristezza infusa dal lavoro, cela una musica di classe ed elegante, quasi d’altri tempi, tenuta insieme dalla splendida voce di Katie Von Schleicher. Un album di debutto che vuole raccontare i pensieri più reconditi della mente umana, spesso sola e autolesionista, dove le paranoie trovano l’ambiente perfetto per svilupparsi e consumare da dentro l’organismo ospitante. Talmente immersivo da essere quasi soffocante: e visto che l’asfissia è anche una diffusa pratica erotica, “Shitty Hits” potrebbe presto diventare la nuova colonna sonora dei vostri amplessi. – Francesco Benvenuto

Il Branco

Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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