Dischi Che Escono – 01/10/2017

Dieci album con cui svegliare i Green Day e trovare ispirazione per battute nuove. (24/09/2017 – 30/09/2017)


Echosmith
Inside a Dream

Indie Pop, Warner Bros

L’highlight
Dear World

Per chi apprezza
La maggiore età

Nel 2013 il botto assurdo di Cool Kids (in rotta verso i suoi cento milioni su YouTube) consegnava gli Echosmith alla grande macchina del riciclo di next big thing giovanili; eppure per risentire i Gazosa australiani sono serviti ben 4 anni, e soltanto per un EP di sette tracce, in attesa del full album rimandato alla prossima primavera. L’indie pop proposto dalla band è talmente standard e innocuo che preferisco focalizzarmi su qualche punto più o meno di contorno: 1) sostituire le chitarre e le batterie vere con acustiche computerizzate alla Asaf Avidan e percussioni da filodiffusione in negozio di intimo non è necessariamente un’ottima scelta; 2) giustificare la comparsa dal nulla di un EP in luogo di un LP usando la parola “ispirazione” e non “contratti” è uno sforzo linguistico di maggior pregio dei testi di tutte e 7 le tracce; 3) Sidney Sierota ha oggi una vocalità molto più bassa ed elegante (non ai livelli di London Grammar o Daughter, ma non troppo lontano), ma ciò che conta davvero è che ha 20 anni, e che può essere soggetta ad apprezzamenti estetici senza che l’apprezzatore si senta orrendamente marcio dentro. Grazie, per una volta, tempo che scorri inesorabile. – Riccardo Coppola


Feeder
The Best Of / Arrow

Pop Rock, BMG

L’highlight
Veins (di Arrow), Another Day on Earth (di tutto)

Per chi apprezza
La morbidezza

Con alle spalle otto studio album e già un antologico The Singles, i Feeder decidono di fare le cose in grande per il loro ventunesimo compleanno (chissà perché, poi) e di sparare su 4 vinili, 3 cd o su cassetta (!) una gigantesca raccolta di tutti i loro singoli. E sono belli, i singoli dei Feeder. Si somigliano un po’ fra loro, a volte pure un po’ tanto, ma cazzo se sono belli. Grant Nicholas è forse il miglior scrittore di dolcezze dell’intero movimento brit-rock: scegliete a caso dalla playlist dell’album su Spotify e potete dedicare qualsiasi cosa capiti alla vostra ragazza senza paura di sbagliare. Come piacevolissimo addendum, inoltre, i gallesi recuperano qualche b-side e regalano Arrow: un mini-album di nove tracce, alcune palesemente secondarie (come tutto Renegades: lo ricordate?) altre -e ce ne vuole- al livello del fior fiore di tutta la carriera. Veins, per esempio, è praticamente un nuovo classico. – Riccardo Coppola


Hurts
Desire

Electro-pop, Sony

L’highlight
Something I need to know

Per chi apprezza
La prevedibilità

Erano partiti bene gli inglesi Hurts, con un synthpop di classe in grado di coniugare drammaticità sinfonica e melodie orecchiabilissime. Esaurito il clamore generato dal primo, interessante full length, il duo formato da Theo Hutchcraft e Adam Anderson ha però iniziato a fossilizzarsi su una forma-canzone statica e palesemente tamarra, privata di quella componente dark di cui “Happiness” aveva benificiato, a favore di una serie di luoghi comuni della scena pop contemporanea di cui non si sentiva alcuna necessità. Considerato che, allo stato attuale delle cose, è impossibile distinguere un pezzo degli Hurts da uno qualsiasi tra quelli di Bastille e altre band affini, mi sento di sconsigliare il disco chi non tollera la povertà di idee e l’assoluta mancanza di spessore. Per tutti gli altri, “Desire” potrebbe essere l’ennesimo disco su cui canticchiare melodie già sentite miliardi e miliardi di volte. Contenti loro… – Marco Belafatti


Matt Cameron
Cave Dweller

Alternative Rock, Migraine Music

L’highlight
One Special Lady

Per chi apprezza
I Novanti

Non saranno stati i Beatles, ma i Soundgarden avevano sempre avuto una certa democrazia (e una equamente distribuita quantità di talento) nella composizione: non è un caso che alla lunghissima produzione del frontman si siano affiancati tantissimi progetti e progettini portati avanti dagli altri membri – eccezion fatta solo per un timidino Kim Thayil. Mentre Ben Shepherd esordiva con il suo elegante folk ormai quattro anni fa (e con ottimi risultati), Matt Cameron arriva alla pubblicazione del suo esordio da solista soltanto adesso, intitolandolo in uno slancio di antimodernità “Cave Dweller” e riempiendolo con un interessante compendio di finezze alle pelli asservite a leggere ballate alternative rock. Moderate psichedelie (prevedibili da parte di una penna capace di comporre meraviglie come Wooden Jesus o Applebite) si affiancano a un comparto vocale non stupefacente ma di certo fine (d’altronde Cameron è da più di vent’anni seconda ugola nei Pearl Jam) e avvezzo a registri medio-alti, e il mix conferisce alla raccolta il sapore di leggerezza ed estemporaneità che avrebbe una collezione di b-side dei Queens Of The Stone Age. Un disco amarcord (con innumerevoli sfumini in apertura e in chiusura) che non può che allietare chi nei ’90 ci è idealmente rimasto, e che ha ricevuto in fase di composizione anche la benedizione dei santoni Cornell e Vedder. Come si potrebbe, anche volendo, contraddirli? – Riccardo Coppola


Michael Jackson
Scream

Pop, Epic – Legacy

L’highlight
Dirty Diana, come sempre

Per chi apprezza
Balletto o scherzetto

Jacko adorava Halloween, era la sua festa preferita. E facciamogliela una compilation a tema in regalo, no? Sicuramente è stato questo l’onestissimo motivo (mica le milionate che si cerca di spremere ancora dal Re) che ha portato a dare il via ad una nuova tranche di remix dei pezzi più oscuri e ballabili di Michael. Durante l’ascolto, ho letto di molti pareri negativi, molti dei quali alludevano alla più totale inutilità. In effetti, il tutto puzza un po’ del solito olezzo di commercialata (del resto, è “solo” l’undicesima uscita dalla triste dipartita), il materiale “innovativo” è ben poco e qualche azzardo elettronico fa storcere un pò il naso. Insomma, se siete dei curiosi e allo stesso tempo dei veri puristi dal palato assolutamente non fine (tre bei requisiti da far coincidere), lasciatevi infinocchiare e buttatelo nel carrello. Altrimenti tenetevi i soldi per il pellegrinaggio a Neverland. – Giulio Beneventi


Miley Cyrus
Younger Now

Pop, RCA

L’highlight
Younger Now

Per chi apprezza
Ricredersi

Mi ero già espresso in precedenza su queste pagine sulla totale e irragionevole infondatezza, almeno dal punto di vista musicale, alla base del disprezzo generale nei confronti della (ormai ex) leccatrice di martelli, soprattutto se tenuto conto dell’attuale e peggior pattume attorno a lei. Il nuovo album giunto questo weekend -il sesto in carriera, se non erro- semplicemente non fa che confermare le mie parole, mostrando per l’ennesima volta, in questa sterzata tendente al country (occhio al featuring con Dolly Parton!), che le questioni contro di lei possono solo riguardare il meschino e volubile lato dell’estetica e della moda, ma mai estendersi al suo chiaro talento. Le canzoni in scaletta sono essenziali, forse di modeste pretese, ma comunque oggettivamente pregne di personalità e di un erotismo più contenuto e, oserei dire, naturale. Con questo cosa vi voglio dire? Che è musica che ascolto o che consiglio? Niente di tutto ciò. E’ un semplice consiglio, il mio: se siete alla ricerca del nuovo schifo musicale da additare per ripetere che “la buona musica ormai è morta”, andatelo a cercare altrove, perché qui non ne troverete alcuno. – Giulio Beneventi


Pearl Jam
Let’s Play Two

Rock, Monkeywrench Records

L’highlight
I’ve Got A Feeling (The Beatles Cover)

Per chi apprezza
L’emozione al di là della registrazione

Una cosa che non capisco degli ultimi live dei Pearl Jam impressi su materiale audio (sia digitale, sia fisico) è come mai il pubblico sembra essere registrato con un walkman del 1997. Distante e quasi sconnesso con il resto dell’esecuzione della band. Cose strane, cose probabilmente da maniaco sessuale dell’audio, cose di cui probabilmente molti fanno spallucce e per cui mi consiglieranno di rivolgermi al centro diurno più vicino. Detto questo, la colonna sonora del documentario-concerto-blablabla dei Pearl Jam è spettacolare, ma si gioca facile: Vedder può essere ubriaco quanto vi pare, ma terrà il palco sempre in maniera impressionante anche dal punto di vista vocale, e tutti, da Cameroon a MacCready, sanno esattamente come divertire e divertirsi, emozionare ed emozionarsi. Ho parlato scritto anche troppo. Cazzo state facendo? Sborsate questi cazzo di soldi e comprate. Vi fa schifo godere? – Andrea Mariano


This is Not a Brothel
Far is Here

Alternative Rock, IMakeRecords

L’highlight
Missed Punch

Per chi apprezza
Aarredare con gusto vecchi stilemi

Non una standing ovation, ma una calorosa e decisa pacca sulla spalla a questi ragazzi è doverosa. Perché unire qualcosa che richiami vagamente i Queens Of The Stone Age, la robustezza sabbiosa delle chitarre a la Soundgarden, le venature anni Novanta e incastonare il tutto in uno stile personale e che, soprattutto, non risulti fuori tempo massimo, non è facile. Manco per la verga di Giovanni (Verga). This Is Not A Brothel, nome inglese per ensamble italico. Segnatevelo da qualche parte bene in evidenza. E segnatevi anche il titolo di quest’album, Far Is Here. Se vi piacciono Alice In Chains e tutto il resto che vi ho appena menzionato, se vi aggrada chi ci mette passione e personalità nel rieditare i propri vecchi punti di riferimento, questo disco vi piacerà assai. Ma proprio tanto. Possa un asteroide colpirmi in questo momento.
P.S.: sono ancora vivo, quindi cazzate non ne ho dette. – Andrea Mariano


Torres
Three Futures

Indie Rock, 4AD

L’highlight
Concrete Ganesha

Per chi apprezza
Le giovani promesse del cantautorato rock al femminile

C’è una scuola di chitarriste, tutte rigorosamente donne, a cui riconosco il merito di aver portato alla ribalta un nuovo modo d’intendere il rock. In Inghilterra c’è chi l’ha buttata sul vintage e sul folk, ma è negli Stati Uniti che l’avanguardia di un nuovo cantautorato sta lentamente prendendo piede. Angel Olsen, Courtney Barnett, Sharon van Etten e infine Torres, recente acquisto della 4AD che al secolo fa Mackenzie Scott: sono loro le “next big thing” da tenere sott’occhio. La giovane cantautrice di Nashville, nel nuovo “Three Futures”, ammalia con un rock tanto viscerale quanto vellutato, in cui sintetizzatori, drum machine e loop vari avvolgono voce e chitarra, ricordando il sound consolidato di Anna Calvi e Pj Harvey (“Helen in the Woods”), ma senza mai lesinare in fatto di eleganza (“Skim”), originalità (“Concrete Ganesha”) e ballad elettroniche delicatissime (“Three Futures”, “Marble Focus”). Purtroppo, al netto di una personalità artistica affascinante, Torres non riesce ad affondare a dovere dove necessario, magari con più di un paio di pezzi in grado di far sussultare il cuore di chi ascolta. “Three Futures” rimane pertanto un disco di classe e ricco di potenziale, da ascoltare e riascoltare, nell’attesa che Torres scopra i benefici di un approccio al pentagramma di natura meno elitaria, portando la sua musica su livelli di eccellenza assoluta. – Marco Belafatti


Wolf Alice
Visions of a Life

Alternative Rock, Dirty Hit

L’highlight
Formidable Cool

Per chi apprezza
Perdere lucidamente la testa

Evito sempre con accuratezza di chiamare i miei pezzi con il terribile appellativo di “recensione”, in quanto l’imparzialità è spesso una qualità che davvero non mi appartiene. In pratica, mi capita troppe volte di innamorarmi follemente a primo udito e di non riuscire, di conseguenza, a vedere il quadro completo. Mi successe con Florence Welch. Ancor prima, in gioventù, con Nico. Ebbene, la medesima infatuazione mi ha soggiogato di recente anche con la spendida Ellie Rowsell, voce e chitarra dei giovani Wolf Alice (provateci voi a resistere al suo stimolante “Wicked Game”). Eppure oggi, dall’alto della mia sofferta e nuova maturità (cit.), mi sento di dire -questa volta con piena consapevolezza- che il secondo album della band britannica è semplicemente un lavoro della madonna che, con assennata varietà, delicatezza e poi sana e sovrana aggressività, rimuove ogni dubbio sull’identità della nuova migliore promessa che i nostri ex-fratelli europei possano oggi offrire. Sic est. Provare per credere. – Giulio Beneventi

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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