Dischi Che Escono – 14/05/2017

Dieci dischi con cui cercare di riprendersi invano dalla delusione dell’Eurovision. (07/05/2017 – 13/05/2017)


Carlo Barbagallo
9

Rock, Autoproduzione

L’highlight
Any Girl’s Eyes

Per chi apprezza
Le stratificazioni nel rock

Non si può non sottolineare l’assoluto istrionismo di Carlo Barbagallo: il musicista siciliano, fondatore del Collettivo di Musica Elettroacustica di Torino e fine fusore di jazz e rock, registra “9” addirittura in cinque studi indipendenti diversi, e lo munisce di una quantità di layer e di finezze compositive e di lunghe code strumentali che possono quasi metter paura a un primo approccio. Ma, malgrado anche le audaci alternanze tra pezzi molto luminosi (“Rust”) ed elettroniche molto pesanti (“9 Years”), l’album si mantiene leggero nell’ascolto, fluido, assolutamente spontaneo. Vagamente debitore delle carriere da solisti degli ex Genesis, a tratti simile (forse meno prolisso) a quanto sta facendo oggi Tim Bowness. – Riccardo Coppola


Dead Letter Circus
The Endless Mile

Alternative Rock, Ten To Two Records

L’highlight
The Space On The Wall

Per chi apprezza
I canguri e la loro musica

Il rock alternativo/prog della terra dei canguri ha dei connotati ben specifici: voci molto acute e vocali lunghe e spessissimo in crescendo, doppie chitarre (di cui una per lo più acutissima), belle ballatone spesso molto ariose. I Dead Letter Circus non fanno eccezione, anche se rispetto ai ben più quotati colleghi Karnivool (o ancor meglio Birds of Tokyo) o Caligula’s Horse hanno sicuramente un impatto meno roboante, un’inventiva minore che rende i brani di certo meno memorabili. Ma c’è ovviamente il rovescio buono della medaglia: “The Endless Mile” può fare della sua semplicità praticamente pop-rock (“Are We Closer” è praticamente uno sperabile tuffo di testa nelle classifiche) un vantaggio, risultando -a differenza dei suoi competitor- godibile nell’immediato, in leggerezza. E riesce a dispensare anche dei piccoli saggi di come si possano dare declinazioni moderne ed elettroniche di un genere ormai in totale morte cerebrale come il post-grunge (spiegatelo ai Seether, di cui parliamo più sotto). – Riccardo Coppola


Harem Scarem
United

Melodic Rock, Frontiers

L’highlight
Here Today Gone Tomorrrow

Per chi apprezza
Vivere sul Sentimental Boulevard

“Non è abbastanza essere soltanto un ricordo distante”. Questo lo dicevano già nel 1991, Harry Hess e soci canadesi, pochi giorni prima che l’AOR venisse preso a calci dall’uragano di Seattle. Oggi, a distanza di quasi tre decenni, mantengono la parola. Dopo l’ottimo “Thirteen”, i più sventurati leoni del melodic rock tornano infatti con un muscoloso album che si rifà stilisticamente ai primi due dorati album storici (molte sin dal titolo, vedi “Heaven and Earth”), senza però scadere nel labirintico effetto nostalgia in cui sono rimasti intrappolati molti (troppi) colleghi. E, magicamente, la festa coi Bad English e le altre ciurme variopinte sembra non essere mai tramontata. Well done. – Giulio Beneventi


Paramore
After Laughter

Pop Rock, Fueled by Ramen

L’highlight
Hard Times

Per chi apprezza
I cosplay dei Duran Duran

Tante idee, qualche buono spunto e troppa carne al fuoco. I Paramore dimostrano di poter tramutarsi in discreti Duran Duran ed essere pure credibili, Hayley Williams se la cava anche quando leva le vesti da cosplayer di Misty dei Pokémon (maschietti, mani in alto, prego). Il primo terzo di questo “After Laughter” è infatti una minestra riscaldata benissimo, preparata in maniera quasi impeccabile per evitare di risultare stantia (e Katy Perry sarebbe gioiosa). La parte centrale, invece, è troppo distaccata, con pezzi lenti ma da pop depressivo che tanto va, o meglio, tanto andava qualche anno fa. Il finale si riprende, con un lentone come “Tell Me How” che ha il suo perché. I Paramore sanno fare un po’ di tutto e lo confermano, ma non riescono a fare tutto in un unico album, risultando troppo scollegato nelle tre sezioni che vi ho esplicato. Peccato davvero, perché per scrivere a due mani questo articolo significa che la concentrazione non viene convogliata unicamente su Hayley. – Andrea Mariano


Parazit
Paradigm Paralysis

Psychedelia, Autoproduzione

L’highlight
Bipolandroide

Per chi apprezza
Per chi apprezza il Sudamerica, quello bello e non pregiudicato

Originali, originalissimi: questo il tipo di musica che ci piace e di cui abbiamo bisogno. Ma anche davvero complicati da fare propri, non entrano proprio in testa. I messicani Parazit sono giovani, suonano da circa 6 anni ed hanno già due live sessions, demo e due dischi alle spalle. Un trio strumentale che si potrebbe definire metal se si analizzano i passaggi più disturbanti e distorti, puro progressive in quelli più eterei. Stacchi controtempo di batteria ed un numero infinito di time signature impreziosiscono ulteriormente l’ultimo, primaverile, “Paradigm Paralisys”. Il basso cinque corde, la chitarra a sette e tanti bei riff nel singolo di lancio dell’album “Bipolandroide”: se si avvertono forti influenze Frippiane e Les Claypooliane è tutto nella norma, sono i rispettivi eroi della sezione melodica. I Parazit pubblicano dunque “Paradigm Paralisys”, album consigliato a tutti i prog snob, djent snob e musicisti incalliti muniti di calcolatrice, pronti ad analizzare ogni battuta, ogni cambio di tempo, ogni scala utilizzata. Non un disco di facile assimilazione – e di conseguenza ancora di nicchia e difficile reperibilità – ma di superba fattura. Questi sono i musicisti messicani che adoriamo, non gli autori delle hit estive da ergastolo. E vedere El Guerrero Arturo Vidal alla chitarra sette corde è un’emozione incredibile. – Matteo Galdi


Omar Pedrini
Come se non ci fosse un domani

Cantautorato, Warner

L’highlight
Freak Antoni

Per chi apprezza
Gli irriducibili

Omar è un reduce degli anni Novanta del Rock italiano, ma di quello di qualità. Certo, anche lui ha fatto scivoloni qualitativamente importanti, tra testi orribili e ospitate da Barbara D’Urso, ma le bollette le paga anche lui. Poi scompare per un po’, poi ritorna qualche anno fa chidedendosi perché cazzo dovesse andare a Londra, ricanta la sua “Sangue Impazzito” e così via, tra revival e un ritorno alla genuinità di un tempo. D’accordo, ma questo “Come se non ci fosse un Domani” come è? Bello? Brutto? È un album di Omar Pedrini, il che trascende quei giudizi. Sono storie di vita vissuta, di vita vista, osservata, immaginata. Anche il pezzo più radiofonico e meno riuscito “Dimmi non ti amo” ha una sua collocazione, se non altro perché parte del Pedrini che deve pagare le bollette e gliela perdoniamo. Sono comunque storie in cui ci possiamo immedesimare perché raccontate con genuinità. Non è un disco perfetto, questo ve lo posso assicurare, ma è altresì un disco con una grande dignità, disilluso, triste, malinconio, con un barlume di speranza, anche se un pomeriggio uggioso, umido e senza luce potrebbe sembrarvi un giorno splendido in confronto a “Il cielo sopra Milano”. Per stomaci forti, per chi ha un cuore irrimediabilmente trafitto. E bravo Omar: ti voglio bene, anche per i tuoi difetti. Anche per il tuo tributo a Freak Antoni. Chapeau. – Andrea Mariano


Seether
Poison The Parish

Post-Grunge, Concord Bycicle Music

L’highlight
Una qualsiasi

Per chi apprezza
Le reissue

Cominciando ad ascoltare il quarto quinto sesto settimo album dei Seether sembra d’attraversare un Nolaniano wormhole, d’esperienziare l’ambiguato tempo di Marco Masini. Siamo ancora nel 2007. L’Inter vince i campionati. Nulla cambia mai, nulla è destinato mai a cambiare. Il post-grunge è ancora un genere popolarissimo e non un walking dead musicale dall’ingiustificata esistenza. “Poison The Parish” è un disco molto sincero, che evita anche il beffardo inganno del precedente “Isolate and Medicate” e non si fa anticipare da un main single che aggiunga una particella di innovazione a quanto già espresso dalla band in ognuno dei 67 precedenti brani in carriera. In “Let You Down” ci sono i tre power chord incazzati di sempre, ci sono i bridge con gli sfrigolii di ampli, Shaun Morgan fa sempre il Kurt Cobain sudafricano. E il resto del disco è da essa del tutto indistinguibile, eccezion fatta per il parimenti immancabile paio di ballatine (“Against The Wall”, “Let Me Heal”). Ah, l’encomiabile perseveranza. – Riccardo Coppola


Warrant
Louder Harder Faster

Hard Rock, Frontiers

L’highlight
Louder Harder Faster

Per chi apprezza
Whiskey, pantaloni di pelle e strip club

Potresti metterci anche Paul Anka (cantante o cane di Lorelay, fate voi), ma i Warrant suonerebbero sempre il buon Hard Rock (ei fu Glam Metal) della fine degli anni Ottanta e inizio Novanta. Prevedibile, grezzo, robusto, confortante, da headbanging, ballad da pomiciata possente, ballad da sesso amoreggiante e ritorno a headbanging da strip club. Se campano altri cent’anni, nel 2117 suoneranno come ora, così come ora suonano esattamente come trent’anni fa. Una volta tanto, non è un male essere fedeli fino al midollo ai propri canoni. Certo, qualcuno dovrà pur dir loro che la guerra con gli Skid Row è finita da un pezzo, che nel frattempo la gente si fa le pippe davanti a PornHub, ma tanto il risultato non cambierebbe: Hard Rock, divertimento da passo biblico e spogliarelliste. Va bene così. – Andrea Mariano


Paul Weller
A Kind Revolution

British Rock, Parlophone

L’highlight
Fireflies

Per chi apprezza
Gli album che non si possono rifiutare

L’atteggiamento libertino da “Io sono il Padrino dei mod, faccio il cazzo che mi pare” per mr. Weller continua a ruota libera. Ma tutto ciò che non aveva funzionato nell’esplorazione sulle sponde quasi prog del precedente “Saturns Pattern”, questa volta fila invece meravigliosamente liscio. Del resto, quest’anno abbiamo un importante anniversario (i primi quarant’anni di carriera discografica) e bisogna fare bella figura. E il secondo Paul nazionale, sempre composto ed inappuntabile, quando vuole sa fare le cose per bene. In ogni traccia del suo tredicesimo album da solista infatti è ravvisabile la sua elitaria classe, dall’opener pjharveyana “Woo Sè Mama” ai struggenti risvolti di “Long Long Road”, passando per il jazz-gospel “The Cranes Are Back” (sinceramente una delle sue migliori composizioni di sempre) fino alle svisate eleganti di “New York” e “Satellite Kid”. Questa è ottima musica, ragazzi. Questo (finalmente) è di nuovo Paul Weller. Si, non il solito: è la sua fresca versione da “rivoluzionario gentile”, più solido nel songwriting e più attento nella contaminazione moderna. Siamo al cospetto del nuovo Manifesto del Modfather, in poche parole: più lontano da intenti revival e più vicino che mai al buon gusto oggettivo. – Giulio Beneventi


White Sea
Tropical Odds

Electro-pop, Obscura

L’highlight
Ellipses

Per chi apprezza
Cantautrici votate all’elettronica più easy-listening

Il nome di Morgan Kibby potrà anche dire poco alla maggior parte dei lettori, eppure i più attenti ricorderanno la sua collaborazione con gli M83 per “Saturdays = Youth” e “Hurry Up, We’re Dreaming”. Dopo l’interessante parentesi solista a nome The Romanovs, passata praticamente inosservata, Kibby lancia questo nuovo progetto electro-pop dalle velleità cantautorali, che giunge oggi alla pubblicazione del secondo album in formato fisico a seguito di una serie di singoli e videoclip lanciati sul web negli ultimi due anni. Il sound di “Tropical Odds” è quello gentile e delicato di un’elettronica che flirta con il pop e il cantautorato più femmineo e sensuale, riuscendo a tradurre l’ispirazione della sua autrice in anthem danzerecci (“Yesterday”, “Never a Woman”) o in emozionanti ballad atmosferiche (“Ellipses”, “One Bad Eye”). Sulla carta tutto sembra perfetto, ma il rischio più concreto per “Tropical Odds” è quello di perdere il confronto con progetti musicali – di ieri e di oggi – indubbiamente più interessanti. In mezzo a tanta cura per il dettaglio, del resto, non avrebbe guastato un qualsiasi tipo di guizzo compositivo. Pertanto, chi cerca l’originalità a tutti i costi si rivolgerà altrove, mentre i meno esigenti troveranno in White Sea una valida alternativa ai grandi nomi della scena electro-pop. – Marco Belafatti

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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