Dischi che escono – 26/02/2017

A carnevale ogni scherzo musicale vale (19/02/2017 – 25/02/2017)

 


Michele Bravi
Anime di Carta

Pop, Universal

L’highlight
Un grosso bravo a chi me lo trova

Per chi apprezza
Affermare mesto “io ve l’avevo detto” sui danni da talent show

Quando ero un bambino ho dato un’occhiata effimera con la coda dell’occhio a X-Factor e pensai che fosse altamente tossico e pericoloso. Una volta cresciuto mi sono girato per guardare un bambinetto vincitore ma già se n’era andato nell’inutilità del panorama attuale del pop nostrano a cavallo tra ritmi tunz tunz e produzioni obbligatoriamente soverchianti. Non posso identificarlo ora, il bambino è cresciuto, il sogno se n’è andato. La musica italiana è ogni giorno sempre più spacciata e così la mia dignità, dopo aver scomodato le liriche dei Pink Floyd per parlare di Michele Bravi e delle sue anime di (Marco) Carta. Vado a comprarmi dei crisantemi. – Giulio Beneventi


Anna Calvi
Live For Burberry [EP]

Indie Rock, Domino

L’highlight
Eliza

Per chi apprezza
PJ Harvey e le altre regine del rock

Basta che Anna Calvi prenda in mano la sua chitarra elettrica per ritrovarsi avvolti da una spirale di musica femminea, sensuale, stregata. La cantautrice inglese si è imposta all’attenzione della critica e del pubblico non solo grazie alla sua eleganza innata ma anche a due dischi potenti, dai connotati chiaramente erotici, e in attesa del terzo ecco spuntare una piccola raccolta di brani eseguiti dal vivo per Burberry. Tra le novità, “Whip the Night”, composta per la pièce teatrale “The Sandman” di Robert Wilson, e “iT”, cover di Christine and the Queens, dalle venature oscure e suggestive. La capacità di Anna di contaminare un blues primordiale e maudit, tra Pj Harvey e Nick Cave, con velleità morriconiane, attraverso un uso raffinato di cori ed orchestra, la conferma tra le grandi performer del rock. Imprescindibile, anche dal vivo. – Marco Belafatti


Chiara
Nessun Posto è Casa Mia

Pop, Sony

L’highlight
Suvvia, vogliamo prenderci in giro?

Per chi apprezza
Si chiama gusto dell’orrido

Io me la ricordo Chiara Galiazzo ai tempi di X-Factor nel 2012. Per i produttori di allora la sua musica doveva essere una roba alla Florence + the Machine feat. Iva Zanicchi – perché siamo in Italia, bitches, vietato provare ad essere meno tradizionalisti. Alla fine, com’era prevedibile, è diventata semplicemente una roba alla Iva Zanicchi: vecchia, stantia, impregnata di naftalina come i cappotti negli armadi delle vostre bisnonne. All’età di trent’anni, poverina. Chiara ormai la si rispolvera soltanto in occasione del Festival di Sanremo, chissà perché. Ora ditemi: non vi viene voglia di tagliarvi le vene ogni volta che questa tipa attacca a cantare? Già, e se come il sottoscritto non riuscite a sottrarvi al suo incantesimo mortifero nel giro di un solo brano, provate ad immaginare quale tortura possa essere un intero album. Costringere una persona a sciropparsi tutte queste canzoncine melense e stracciapalle in una sola botta dovrebbe essere considerato illegale. Nemmeno la Pausini, con tutta la sua buona volontà, riuscirebbe a macchiarsi di crimini tanto efferati. Orrore allo stato puro. – Marco Belafatti


Gigi D’Alessio
24/02/1967

Pop, Sony

L’highlight
L’Immensità (Don Backy cover)

Per chi apprezza
Le abbondanti nevicate d’agosto

Io sto con Gigi D’Alessio. No, non sono uno stalker, né un suo fan accanito che pensa che Anna Tatangelo sia una copertura per la nostra vera storia d’amore. Io sto con Gigi perché si percepisce la sua voglia di scrollarsi di dosso l’etichetta “neomelodico d’avanguardia”. Lui non è solo quello della neve ad agosto o di quando tramonta il sol (mon amour, mon amour), ma è anche un artista che tenta altre vie sonore. Sempre pop, ma tenta di variare, mantenendo un fil rouge partenopeo che male non fa (un po’ come il trenino terzinato degli Iron Maiden). Però il suo cantare, volente o nolente, è sempre il suo inconfondibile e riconoscibilissimo, e la sterzata verso la domenica d’agosto con sai quanta neve che cadrà è sempre in agguato, anche inconsciamente, anche quando strappi un applauso per il coraggioso e comunque riuscito tributo a Don Backy con la cover di “L’Immensità”. Il finale affidato a “Pecché”, 100% mariomeroliana, è un po’ una dichiarazione d’amore alle sue origini umane e artistiche, e va bene così. Se odiavate Gigi D’Alessio, quest’album non vi farà cambiare idea. Se lo amavate già, idem. E io sto con Gigi, antropologicamente parlando. – Andrea Mariano


Deadmau5
Stuff I Used To Do

EDM, Autoproduzione

L’highlight
HaxPigMeow

Per chi apprezza
L’elettronica non fine a se stessa e ai rave parti, ma di classe e spessore artistico

Torna Deadmau5, nome d’arte del fantomatico produttore canadese Thomas Zimmerman. Il suo pensiero e la filosofia sono alquanto nobili: litiga con molti artisti della sua stessa scena (tra cui Afrojack) battendosi contro la musica commerciale fine a se stessa, nonché inestinguibile fonte di guadagno ed elemento portante di monumentali festival mondiali, a discapito dell’arte. Il termine “dj” è abusato al giorno d’oggi, è uno stereotipo al quale lui non vuole essere legato. Non lo sopporta. Quanto afferma è che in primis la musica debba piacere a chi la produce, non a coloro ai quali si deve vendere. Proprio per questo – e perché in fondo anche lui è fan di se stesso – decide di regalare ai propri seguaci il suo nuovo “Stuff i used to do.” via WeTransfer, sapendo quanto possa riempire di gioia simile evento. Il disco esce a pochissima distanza da “W:/2016ALBUM/” e mostra tutta la bravura di Deadmau5 nello spaziare tra i sottogeneri della musica elettronica. Un po’ di dance, dubstep ed ambient, proprio come ci aveva abituato in passato (come il meraviglioso viaggio interstellare di “Strobe”, punta di diamante del suo intero catalogo, ascoltatelo). Un artista unico ed originale, la sua musica merita appieno l’etichetta personalissima di “progressive house”. Ben fatto. Pensare che se non avesse trovato un topo morto mentre smontava un computer sarebbe rimasto un tecnico informatico…
– Matteo Galdi


John Mayer
The Search For Everything – Wave Two

Soft Rock, Columbia

L’highlight
Still Feel Like Your Man

Per chi apprezza
Whiskey, bar e “Johnny on the jukebox”

Vi eravate dimenticati dello sciupafemmine di Bridgeport e del suo nuovo album rilasciato in pillole? Ebbene, eccovi servita la seconda portata di canzoni che, se possibile, è ancora più pregiata della prima. Dai soffici momenti dell’EP di partenza, ci si ritrova a distanziarsi e ad abbandonarsi senza indugi al nuovo ritmo, sin dall’iniziale funky coatto di stile ormai ancestrale (“Still Feel Like Your Man”) fino alla chiusura lungo le strade country con marcia stonesiana (“Roll It On Home”). Il lavoro chitarristico è nuovamente encomiabile (“Helpless”, in primis), le tematiche e liriche sono sempre da cuore spezzato dopo la fine di una relazione. Eppure l’aria che si respira è più frizzante, più spensierata. Come se ci si fosse improvvisamente ricordato, tra una lacrima e un sorriso, che per uno come Mayer, dopo una Katy Perry bombata, c’è comunque sempre una Scarlett Johansson da bombare, che aspetta paziente in cappotto e lingerie sull’uscio della porta. Con questa seconda “ondata”, abbiamo otto tracce in tutto che, se calcolate insieme, potrebbero essere già considerate come uno dei lavori più riusciti degli ultimi tempi. Se si dovesse aggiungere una terza dello stesso livello qualitativo, rischiamo davvero di avere il migliore di sempre. – Giulio Beneventi


The Mute Gods
Tardigrades Will Inherit The Earth

Progressive Rock, InsideOut

L’highlight
We Can’t Carry On

Per chi apprezza
Le linee vocali morbide morbide

C’è una quantità di tecnica e di cultura rock nella formazione dei The Mute Gods (Nick Beggs, Roger King, Marco Minnemann), da fare impallidire svariate band ben più conosciute. “Tardigrates will inherit the earth” è inevitabilmente una bomba dal punto di vista compositivo, con ballate in stile Yes che scorrono con divina fluidità, e anche interessanti divagazioni un po’ prog-grunge come quelle dei Porcupine Tree di “Deadwing”. E il libretto racconta un concept e delle liriche di spessore, che fanno proprio un gusto per una distopia orwelliana, depressa e catastrofista. La grande difficoltà dell’approcciarsi agli Déi Muti sta però nello scendere a patti con la loro voce (accetto applausi per questa frase): Beggs s’ispira dichiaratamente a Jon Anderson e riesce talvolta (incredibile!), a superarlo in mellifluità e in predisposizione alla digressione pop amarcord. Riuscire ad apprezzarla è difficile, e diventa indispensabile per portare a termine l’ascolto dell’intero album (eccetto la divertente titletrack e la rabbiosa “We Can’t Carry On”, che stanno un paio d’ottave più giù) senza percepirlo come un vero supplizio. – Riccardo Coppola


Emma Ruth Rundle & Jaye Jayle
The Time Between Us [EP]

Folk Rock, Sargent House

L’highlight
The Distance

Per chi apprezza
Il piacere d’essere tristi

Emma Ruth Rundle sembra ciò che verrebbe fuori se si dicesse a Cormack McCarthy di scrivere della propria donna ideale. Un concentrato nervoso, vibrante e fragile di desolazione, rimpianto e tristezza. Un qualcosa di assolutamente adorabile. La sua voce fa un continuo sali e scendi tra il baritonale post-singhiozzo e il tagliente pre-esplosione di rabbia, che però non arriva mai. Jaye Jayle (vero nome, Evan Patterson) è un cantore americanissimo, quello che tirerebbero fuori se tra qualche secolo decidessero di costruire in laboratorio un vocalist statunitense e risolvessero con un ibrido tra Mark Lanegan e Nick Cave. Questo split -tre canzoni di Emma acustiche prima, tre canzoni di Jaye più acide ed elettriche dopo- pare una sorta di prima presentazione, di danza dell’amore tra due esemplari di questa strana razza che è il cantautore alternative folk. E sono entrambi talmente belli a sentirsi, e stanno talmente bene anche così soltanto giustapposti, che viene automatico augurargli in futuro almeno un episodio davvero di coppia. – Riccardo Coppola


Samuel
Il Codice della Bellezza

Pop, Sony

L’highlight
Rabbia

Per chi apprezza
Ballarsela da solo, come Billy Idol

Samuel se la canta e se la suona per staccarsi dalla figura di leader della band torinese per eccellenza ma, alla fine, sono sempre i Subsonica. Samuel chiama Cherubini e Canova come co-autori e Sanremo chiama Samuel come comparsa, ma in ogni caso sono sempre i Subsonica. Samuel per la prima volta si rinnova dopo vent’anni di vita di gruppo e, tutto sommato, costruisce un buon disco, ben prodotto ma annacquato in troppi frangenti di forzature melodiche pacchiane ed estemporanee. E indovinate un un po’? Sono comunque i Subsonica. Con Tiziano Ferro e Jovanotti alla voce. Morale: non avrei mai pensato di dirlo… ma rivoglio i Subsonica. Come erano prima. – Giulio Beneventi


Davide Shorty
Straniero

Pop/Soul, Macro Beats

L’highlight
Nessuno Mi Sente

Per chi apprezza
I rinnegatori dei talent

Quantomeno Shorty (nato a Palermo come Davide Sciortino) si è preso il suo tempo, e un intero anno dall’EP eponimo trainato dal singolone “Soul Trigger”. “Straniero” è un disco intelligente, concepito con in mente la chiara consapevolezza che l’onda di notorietà nata con la finale di X-Factor è già finita, e che pertanto inseguire la bomba da classifica potrebbe rivelarsi un esercizio quantomeno sterile. Spazio dunque a un lirismo profondamente autobiografico, a un soul probabilmente poco radiofonico ma d’indubbio gusto, a un paio di collaborazioni di rilievo (il talento dell’intera band di Daniele Silvestri, per esempio), a ritmi da camera e sicuramente non da prime time. E va benissimo così: il risultato è un disco che non scalerà le classifiche, ma che quantomeno ha dignità come disco. Il ritornello saltellante sulle note di piano c’è sempre, ogni tanto, come bonus. – Riccardo Coppola


Xiu Xiu
Forget

Elettronica/Rock Sperimentale, La Tempesta

L’highlight
Devo decidere

Per chi apprezza
Non lo so, devo decidere

In realtà l’etichetta “elettronica-rock sperimentale” va molto stretta agli Xiu Xiu (pronuncia Shoo – Shoo). Un po’ come voler costringere Hightower a guidare una 126 da Palermo a Bolzano. Sono strani, costoro: fondati nel 2000, seguaci di Nine Inch Nails e dei The Cure, sono californiani, californiani del sud, ma non disdegnano il cantato in francese e la cacofonia, nonostante di tanto in tanto rinsaviscano e ti lacerano con una bordata di melodia. Cupa, a tratti un po’ angosciante tanto da rivalutare Ian Curtis dopotutto non così pessimista. Sono strani, perché bordate cacofoniche… Ah, questo l’ho già scritto. Ecco, il punto è questo: “Forget” disorienta, molto. A tratti ammalia, a tratti verrebbe voglia di prendere il supporto da cui stai ascoltandolo e lanciarlo dal quinto piano della palazzina. Non l’ultimo, non il secondo. Il quinto. Non so il perché, dopotutto sono ancora confuso. Provate ad ascoltarlo e poi fatemi sapere. Vi prego. – Andrea Mariano

Il Branco

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Siamo senz'altro scontrosi e antisociali, tuttavia a volte abbiamo degli interessi in comune. E scriviamo a più mani i nostri articoli.
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